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Esteri

SIRIA/ I retroscena che preparano il nuovo "scontro" tra Stati Uniti e Russia

John Kerry con Vladimir Putin (LaPresse)John Kerry con Vladimir Putin (LaPresse)

Questo quadro viene posto in discussione dai bombardamenti, che molti tendono a credere che non si sia trattato di un errore, come sostiene il Pentagono nelle sue scuse. La conseguenza  gravissima è che diventa aperto e diretto lo scontro finora latente tra Usa e Russia. Al di là dell'estrema pericolosità in sé, ciò rappresenta un deciso arretramento nelle possibilità di raggiungere un qualche accordo in Siria e un oggettivo aiuto agli estremisti. Non migliorerà la situazione neppure in Iraq, con la  riacutizzazione delle tensioni tra sunniti e sciiti, rimasti soddisfatti delle conclusioni di Grozny. E la situazione nello Yemen rischia di peggiorare ulteriormente, proprio quando sembrava che a Washington cominciasse a sorgere qualche dubbio sul modo in cui i sauditi stanno conducendo la guerra contro gli Houthi. Né è molto rassicurante che anche Israele abbia ripreso le ostilità contro Assad nel Golan.

Su questo sfondo, ecco arrivare gli attentati negli Stati Uniti che, comunque li si interpreti, forniscono la giustificazione per una politica "forte", più nelle corde di Hillary Clinton (e di Obama) che di Donald Trump. Le tendenze isolazionistiche di quest'ultimo potrebbero portarlo a delegare "all'amico" Putin il compito di affrontare le innumerevoli gatte da pelare che presenta il Medio Oriente, magari insieme agli europei, che Trump accusa di volersene stare al riparo della protezione americana. In fondo, il vero fronte per gli Stati Uniti non è il Mediterraneo, bensì il Pacifico.

Il rapimento di due italiani in Libia, per il quale non si può che sperare in un esito positivo, porta in luce la drammatica situazione in cui versa la Libia, nonostante l'intervento dell'Onu. Un intervento per lo meno discutibile, dato che l'Onu aveva riconosciuto come legittimo il governo di Tobruk e non quello di Tripoli, ma poi ne ha costituito un altro in Marocco, il cosiddetto governo di unità nazionale di al Serraj, non accettato da Tobruk, ma ospitato da Tripoli. 

In questo modo si è accentuata la divisione tra le due regioni libiche, favorendo l'intervento egiziano a favore del generale Haftar e di Tobruk. Il generale è riuscito a liberare i terminal e i porti da cui parte buona parte del petrolio libico, di cui è ricominciata l'esportazione. Haftar è però stato costretto dall'Onu ha ritirare le sue truppe, lasciando il controllo della zona alle guardie della NOC, la compagnia petrolifera libica, malgrado l'opposizione del governo egiziano. Oltre che dal Cairo, Haftar sembra appoggiato anche dai russi e, dietro le quinte, anche da Francia e Regno Unito, il cui profondo interesse per il petrolio libico continua, in funzione chiaramente anti-italiana. 

I russi hanno finora appoggiato al Sisi e stanno ora trattando la vendita di armi all'Egitto, una specie di bilanciamento delle continue vendite statunitensi all'Arabia Saudita, ma anche un ampliamento della loro presenza sulle sponde del Mediterraneo. Una situazione questa che potrebbe forse non infastidire troppo Trump, ma la Clinton? Per lei, Bengasi rimane tuttora un incubo.

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