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Elezioni Usa 2016/ Trump punta il secondo dibattito: Clinton è avvisata, questa volta andrà all'attacco (oggi, 29 settembre)

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Donald Trump (Foto:Lapresse)  Donald Trump (Foto:Lapresse)

ELEZIONI USA 2016, TRUMP PUNTA IL SECONDO DIBATTITO: CLINTON È AVVISATA, QUESTA VOLTA ANDRÀ ALL'ATTACCO (OGGI, 29 SETTEMBRE) -Potremmo chiamarla la quiete dopo la tempesta, o prendere in prestito il titolo di una famosa pellicola americana, The Day After Tomorrow, per descrivere l'alba del giorno dopo il primo dibattito tv di queste Elezioni Usa 2016 tra Hillary Clinton e Donald Trump. Come accade sempre in questi casi, fin dai primi minuti successivi al confronto, gli staff dei due candidati, gli esponenti politici dei due schieramenti e in generale i sostenitori dell'uno o dell'altro contendente, sono impegnati nel tentativo di avvalorare la tesi per cui il proprio beniamino ha avuto la meglio sul rivale. Solitamente, per capire chi ha vinto davvero agli occhi degli elettori bisogna aspettare più o meno una settimana, quando i sondaggi diventano più attendibili e gli elettori hanno avuto tutto il tempo di somatizzare lo spettacolo messo in scena dai due avversari. In questo caso, secondo il giornalista esperto di sondaggi Nate Silver, il primo dibattito potrebbe portare Clinton a guadagnare dai 2 ai 4 punti percentuale su scala nazionale: un risultato sicuramente positivo che non la metterebbe però al riparo da eventuali rimonte in vista dei prossimi due dibattiti presidenziali.

Ma chi è che ha più da perdere in vista dei confronti in programma per il 9 e il 19 ottobre? La risposta è Clinton, principalmente per tre motivi. Il primo è che Hillary è la candidata che secondo la maggior parte degli osservatori è uscita meglio dalla sfida della Hofstra University di New York; il secondo è che anche prima del confronto era in testa nei sondaggi; il terzo, e forse più importante, è che Trump non ha ancora giocato tutte le sue carte. Può darsi si sia trattato di strategia, o più probabilmente della capacità di Hillary di spostare il dibattito su argomenti a lei più favorevoli, ma è un semplice dato di fatto che il primo faccia a faccia si sia svolto su binari poco graditi a Donald Trump. Si è parlato della mancata pubblicazione della sua dichiarazione dei redditi, della sua presunta misoginia in relazione alle offese recate all'ex Miss Mondo Alicha Machado (che Trump aveva definito "Miss Maialina" per i suoi kg di troppo), e si è anche toccato il tasto del certificato di nascita di Obama, faccenda risoltasi in un nulla di fatto dopo che per mesi Trump era andato avanti ripetendo che il presidente in carica non era nato negli Stati Uniti ma in Kenya. Nonostante questo, Trump che pure ha barcollato pesantemente, non è crollato sotto i colpi di Hillary.

Lo stesso non si può dire per la democratica, che ancora non è stata messa alla prova sui temi più scottanti della propria campagna elettorale. Fatta eccezione per un attacco riguardante la questione delle email, che Clinton ha saputo rintuzzare ammettendo semplicemente l'errore, nella serata del dibattito non si è parlato ad esempio degli attacchi di Bengasi nel 2012, quando il dipartimento di Stato, all'epoca guidato da Hillary, non seppe garantire la sicurezza dell'ambasciatore Stevens in Libia; né si è fatto cenno alla Fondazione Clinton, i cui benefattori sono sembrati legati a doppio filo all'agenda da Segretario di Stato della democratica, o agli scandali sessuali del marito Bill (ricordate Monica Lewinsky?) durante gli anni di presidenza alla Casa Bianca che Hillary decise di gestire in maniera quanto meno opinabile. Proprio rispetto all'ultima questione è stato lo stesso Trump, immediatamente dopo il dibattito, a dire di essersi frenato per non far soffrire la figlia di Bill e Hillary, Chelsea. Un'ammissione, questa, che non ha escluso però la possibilità che Trump usi quest'arma nel prossimo dibattito. Eppure, come hanno fatto notare alcuni osservatori politici in queste ore, ogni qual volta qualcuno ha provato ad usare il Sexgate contro Hillary, è rimasto scottato.

Perché l'opinione pubblica americana, che all'epoca dello scoppio dello scandalo amava il presidente Clinton alla follia e per questo lo ha anche "perdonato", considera la questione un problema di Bill, non una mancanza di Hillary. Sarà anche per questo, forse, che nello schieramento repubblicano, dall'aspirante vicepresidente Mike Pence alla campaign manager Kellyanne Conway, in tanti hanno tenuto a sottolineare il fair play mostrato dal tycoon nel non tirare fuori i tradimenti di Bill alla moglie dinanzi a milioni di americani. Come ha dichiarato Brett O’Donnell, un esperto repubblicano che 4 anni fa partecipò alla corsa alla Casa Bianca in qualità di consigliere di Mitt Romney, parlare del Sexgate per sottolineare l'infedeltà di Bill Clinton a Hillary potrebbe ritorcersi contro lo stesso Trump; piuttosto, suggerisce O'Donnell, sarebbe una mossa azzeccata evidenziare l'infedeltà del democratico nei confronti della nazione. Come? Probabilmente con una preparazione di cui Trump attualmente è carente.

Ma è soprattutto dalla smania di voler vincere ad ogni costo che il magnate newyorchese dovrà guardarsi? Quando Trump cerca i giornalisti subito dopo il dibattito chiarendo di essersi trattenuto, quando arringa la folla nel primo comizio post-confronto tornando a definire Hillary "corrotta", una sensazione sovrasta tutte le altre: nel secondo dibattito Trump andrà all'attacco. Lo farà soprattutto per non deludere quanti da lui si aspettano sempre un colpo di genio, consapevole che questo probabilmente potrebbe addirittura penalizzarlo. Nel riempire il suo account Twitter di sondaggi più o meno attendibili che sostengono il suo successo nel dibattito, Trump conferma di voler vincere a tutti i costi. E del resto anche nel faccia a faccia con Clinton, The Donald ha tenuto a ribadirlo: io sono un vincente, io so come si fa a vincere. Abbiamo aperto questo pezzo rievocando The Day After Tomorrow: nel film con Dennis Quaid, quando la glaciazione sembra finalmente placarsi, New York è semi-deserta. In pochi sono sopravvissuti al cataclisma annunciato, quei pochi che hanno deciso di dare ascolto ad uno scienziato di nicchia. In questo caso, nonostante il primo dibattito sia ancora alle spalle, la tempesta è ancora in corso. C'è un po' di tempo per rifiatare, per riordinare le idee, per scegliere quali carte giocare, poi si riparte: Clinton contro Trump e soprattutto Trump contro Clinton. Starà al repubblicano, questa volta, tentare di dare le carte e sperare di farlo nel modo giusto: perché se è vero che non si può vincere senza attaccare, lo è altrettanto che non c'è modo più facile per perdere che esporsi al contropiede avversario. (Dario D'Angelo)



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