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Esteri

SHIMON PERES/ La strategia di un Nobel che la pace non l'ha voluta

Shimon Peres (1923-2016) (LaPresse)Shimon Peres (1923-2016) (LaPresse)

Dal punto di vista strategico era certa la  volontà di riannodare i legami con una storia, anche dolorosa, come l'espulsione degli ebrei da Hebron negli anni 30. Dal punto di vista politico fu un atto disastroso che  vide l'espansione numerica dei coloni ed oggi l'impossibilità a rimuoverli, rendendo  ogni futuro stato palestinese privo di una continuità territoriale.

Il ritiro dei quasi 8mila coloni ebrei da Gaza, voluto da Sharon e sostenuto da Peres, si accompagnava, infatti, alla riaffermata volontà di mantenere gli insediamenti israeliani a Gerusalemme est e in Cisgiordania (oltre 500mila coloni), con qualche  sporadica eccezione. Si comprende bene come questo enorme problema, che di anno in anno si è accresciuto, non poteva favorire il raggiungimento di un'intesa stabile. E così è stato. 

Il futuro di Gerusalemme e l'espansione dei coloni in Cisgiordania: questi problemi, decisivi per una pace vera, Peres non li ha affrontati, o meglio è rifuggito da quella visione negoziale che Beilin invocava. Strano paradosso per chi nel contempo affermava, con maturata convinzione, che con i palestinesi "fare la guerra non ha senso". La politica, quella che si concretizza in atti per evitare la guerra e fare la  pace, non era però il suo punto di forza. Senza Rabin e senza Sharon, Peres non sarebbe stato il politico "illuminato". 

Il rapporto con Hamas ne è in qualche modo la prova. Quando Hamas vince le elezioni politiche palestinesi nel 2006, Peres ne vede solo i pericoli e nessuna opportunità politica per far cessare terrorismo e una trentennale ostilità verso Israele. Verso Hamas a Gaza sostiene il blocco imposto da Netanyahu, ma non coglie la  profondità del disastro umanitario e la crescita del rancore verso Israele. 

Su un altro conflitto invece Peres ha agito pragmaticamente: quello incombente con l'Iran. Dopo aver per anni alimentato la  paura verso un Iran nuclearizzato, dopo aver di fatto sostenuto Netanyahu nei suoi preparativi militari per un attacco all'Iran, Peres, negli ultimi cento metri verso il conflitto, ha dato ragione a Barack Obama: meglio le sanzioni economiche all'Iran che l'attacco aereo israeliano. Lo ha fatto, convincendo anche Netanyahu, perché non bisognava mettersi contro un alleato storico. L'accordo con l'Iran è stato raggiunto, la guerra è stata scongiurata. Israele, in questi giorni, ha incassato un nuovo accordo decennale, firmato da Barack Obama, per complessivi 38 miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi. Adesso, però, la politica israeliana non avrà più l'immagine di Peres, l'uomo che cercava la pace. Con sincerità ed errori. 

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