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Elezioni Usa 2016/ Tra Clinton e Trump si sceglie il futuro del mondo: America interventista o isolazionista? (oggi, 8 settembre)

Pubblicazione:giovedì 8 settembre 2016

Clinton e Trump (Foto: Lapresse) Clinton e Trump (Foto: Lapresse)

ELEZIONI USA 2016: TRA CLINTON E TRUMP SI SCEGLIE IL FUTURO DEL MONDO. AMERICA INTERVENTISTA O ISOLAZIONISTA (OGGI, 8 SETTEMBRE) -Piani per la crescita economica, contro l'immigrazione, per la creazione di nuovi posti di lavoro, quanti temi oggetti del dibattito in queste Elezioni Usa 2016. Ma i cittadini americani sanno bene che uno tra Donald Trump e Hillary Clinton, una volta eletto, diventerà anche il cosiddetto commander in chief, ovvero il capo delle forze armate statunitensi. Una scelta non da poco, quella a cui sono chiamati gli elettori, che nella scelta del loro candidato preferito alla Presidenza spesso sottovalutano questo aspetto invece determinante non soltanto per gli Stati Uniti, ma per l'intero pianeta. Del resto negli ultimi anni negli Usa ad essere professate sono state in particolare due dottrine: l'isolazionismo e l'interventismo. La prima, è stata splendidamente definita dal Segretario di Stato americano John Quincy Adams nel 1821 secondo cui compito dell'America non è quello di andare all'estero in cerca di mostri da distruggere. A detta dei fan dell'isolazionismo, gli Usa sono sì sostenitori della libertà di tutti ma allo stesso tempo hanno il diritto di concentrarsi sul rafforzamento della propria posizione. Al contrario chi appoggia la teoria dell'interventismo è convinto che gli Stati Uniti debbano difendere e diffondere i propri valori nel mondo non solo perché è la cosa giusta da fare, ma anche perché gli conviene farlo. Tra i maggiori esponenti di questa dottrina vi era un certo John F. Kennedy, che in un celebre discorso nel periodo della Guerra Fredda disse che gli Usa erano disposti a pagare "qualsiasi prezzo" pur di sostenere gli amici e garantire la sopravvivenza della libertà. Adesso, una volta espresse le due scuole di pensiero, bisogna capire quali vengono abbracciate da Donald Trump e Hillary Clinton. Il candidato repubblicano in caso di vittoria alle Elezioni Usa 2016 è parso voler intraprendere una politica più improntata all'isolazionismo. Emblematico in questo senso è uno degli slogan del tycoon newyorchese che non a caso recita:"America, first" (Prima l'America). Del resto anche molti dei piani annunciati da Trump sottintendono la volontà di provare a sottrarsi ad alcune delle questioni più scottanti degli ultimi tempi: la costruzione di un muro al confine con il Messico per contrastare il fenomeno dell'immigrazione, la decisione di impedire l'accesso nel Paese ai migranti Musulmani per diminuire il rischio di infiltrazione di potenziali terroristi islamici, perfino la proposta di ripensare l'alleanza Nato, cosicché gli Stati Uniti non siano costretti ad intervenire nel caso un Paese alleato venga attaccato, chiariscono alla perfezione l'idea di Trump per cui gli Stati Uniti non sono "il poliziotto del mondo". D'altro canto sono le stesse dichiarazioni del magnate ad accrescere la confusione sulle sue intenzioni in fatto di politica estera. Quando The Donald sostiene di saperne di più sull'Isis rispetto a molti generali americani, quando dice che bombarderà il Califfato in Siria e in Iraq e convocherà i vertici militari nello Studio Ovale ordinandogli di distruggere Daesh in un mese, da una parte sembra avere a cuore le sorti del mondo libero, dall'altra di non avere ben chiare le difficoltà di una guerra che tutto è meno che un conflitto convenzionale. Sul versante opposto c'è una Hillary Clinton che nel periodo da Segretario di Stato ha maturato una grandissima esperienza in fatto di questioni internazionali. La candidata democratica, soprattutto nelle situazioni di crisi, ha quasi assunto le sembianze di un falco. Lo ha fatto nell'esprimere il proprio consenso alla Guerra in Iraq, pentendosene in seguito; lo ha fatto spingendo per l'intervento degli Stati Uniti in Libia per spodestare Gheddafi; lo ha fatto scegliendo di armare i ribelli contro Assad in Siria e anche nelle ore decisive per il blitz che nel 2011 portò all'uccisione di Osama Bin Laden: quando il presidente Obama chiese un parere sul da farsi ai propri principali consiglieri nella Situation Room, mentre il Segretario della Difesa Robert Gates e il Vice Presidente Biden predicavano prudenza, Clinton disse che il blitz era la migliore opzione sul tavolo. Questo non vuol dire che Hillary non sappia essere anche una colomba come dimostrano le molteplici trattative condotte per rappresentare gli Stati Uniti, compresa quella che in tanti hanno definito il suo maggiore successo diplomatico: ovvero l'approvazione  dell'aumento delle sanzioni per l'Iran, che all'epoca rifiutava di accordarsi sul programma nucleare, da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Nella battaglia che vede coinvolti i candidati stessi nel tentativo di presentarsi all'elettorato come l'opzione più autorevole o più indicata per prendere il controllo delle forze armate, spesso si inseriscono anche ex militari, veterani di guerra e generali pronti a giurare, a seconda dei punti di vista, che Trump o Clinton rappresentino la soluzione a tutti i problemi della politica estera americana. L'ultimo colpo in questo senso è stato messo a segno da Trump, che ha ricevuto l'endorsement da 88 capi militari in pensione che hanno visto nel repubblicano l'unico uomo in grado di dare una svolta alla strategia militare a stelle e strisce. La Clinton comunque può vantare il supporto del generale in pensione John Allen, già comandante delle forze statunitensi in Afghanistan e successivamente parte della coalizione anti-ISIS, che alla convention di Philadelphia ha ricordato che con Clinton nello Studio Ovale i rapporti internazionali degli Usa non saranno ridotti a una transazione commerciale né le forze armate diventeranno uno strumento di tortura, in risposta alle dichiarazioni di Trump che in passato ha dichiarato che da Presidente sevizierà i sospettati di terrorismo e ucciderà le loro famiglie. Per quanto diversificate possano essere le posizioni di Clinton e Trump non è facile dire con certezza come si comporterebbero i due da commander in chief degli Stati Uniti d'America all'interno di uno scenario geo-politico così frastagliato. Hillary per fare breccia suggerisce agli americani di pensare a Trump dinanzi ad una situazione di crisi chiedendogli se secondo loro potrebbe reggere la pressione senza mettere in pericolo il Paese; Trump d'altra parte elenca le scelte sbagliate dell'amministrazione Obama in fatto di politica estera per le quali è grandemente responsabile anche Hillary. E mentre una è attenta alle relazioni con i Paesi amici e non disdegna le trattative con i nemici, l'altro tende a chiudersi a riccio, ma è pronto a reagire a qualsiasi provocazione. Starà agli americani decidere a quale di queste condotte dare il benestare, sfruttando gli ultimi due mesi di campagna elettorale per decidere in quale direzione mandate il Paese e fare la scelta giusta. Sempre che di scelta giusta poi ve ne sia una. (Dario D'Angelo)



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