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BREXIT/ Londra sceglie la via "soft". E attende la Francia

Pubblicazione:martedì 10 gennaio 2017

Theresa May (LaPresse) Theresa May (LaPresse)

A sei mesi compiuti dal referendum a favore dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea (Ue) — era il 23 giugno 2016 — ancora nessuno sa quando e come cambieranno i rapporti del Paese d'oltremanica con il resto dell'Ue. 

Il governo britannico dovrebbe attivare entro la fine di marzo la procedura per l'avvio dei negoziati con la Ue (destinati a concludersi entro due anni, secondo l'art. 50 del Trattato Ue); ma su tale promessa pende il verdetto della Corte suprema, che nelle prossime settimane potrebbe confermare la decisione dell'Alta Corte di giustizia del 3 novembre 2016, secondo la quale il governo ha bisogno, prima di avviare il processo di uscita dall'Ue, dell'approvazione del parlamento britannico, che potrebbe richiedere tempi più lunghi. 

Nel suo discorso di fine anno, il primo ministro Theresa May ha affermato che quando siederà al tavolo negoziale con l'Europa, lo farà con la consapevolezza di dover raggiungere un accordo giusto "non solo per coloro che hanno votato per l'uscita [dalla Ue], ma per ogni singola persona in questo paese". Dunque, forse un approccio "soft", auspicato ormai da più parti, soprattutto dopo le dichiarazioni del ministro delle finanze britannico — Chancellor of the Exchequer Philip Hammond — del 23 novembre scorso, nella consueta presentazione del bilancio d'autunno al Parlamento. Anche se proprio ieri Theresa May è tornata sull'argomento, dicendo di non accettare "i termini 'hard' e 'soft' Brexit. Quello che stiamo cercando di fare è raggiungere un accordo ambizioso, buono e il migliore possibile per il Regno Unito". Schermaglie politiche? Hammond ha delineato un quadro non roseo caratterizzato da una accresciuta incertezza economica e una sterlina più debole, tagliando le previsioni per la crescita economica nel 2017 e annunciando che il governo avrà bisogno di indebitarsi di più nei prossimi cinque anni. Secondo l'Obr (l'Ufficio per la responsabilità di bilancio britannico), il Gdp crescerà del 1,4% nel 2017 anziché del 2,2% previsto a marzo e il Regno Unito prenderà in prestito ulteriori 122 miliardi di sterline fino al 2020-21. Il governo non mira più ad un surplus di bilancio entro il 2020, ha detto Hammond, ma è impegnato a "quadrare i conti" nel corso della prossima legislatura 2020-2025.

Un'altra novità sono le dimissioni a sorpresa, il 3 gennaio, dell'ambasciatore britannico a Bruxelles, Sir Ivan Rogers, il cui incarico sarebbe venuto a scadenza solo alla fine del 2017. La sua immediata sostituzione con Sir Tim Barrow — ambasciatore a Mosca dal 2011 al 2015 e precedentemente già primo segretario della rappresentanza britannica all'Ue (dunque non nuovo alla materia degli affari europei) — non sembra aver placato le polemiche. Benché non espresse in una nota ufficiale, le ragioni dell'abbandono di Sir Rogers sarebbero da ricollegare a sue precedenti dichiarazioni, secondo le quali potrebbe trascorrere un decennio prima che l'Ue sia in grado di negoziare e concludere un accordo commerciale complessivo con il Regno Unito. 


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