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URAGANO IRMA/ Da Haiti: "chiusi nelle nostre tane, questa volta il destino ci ha risparmiato"

"Il Paese è come sospeso nel cielo nero, a guardare la forza della natura che si abbatte con una violenza inaudita". L'uragano Irma visto da molto vicino. FIAMMETTA CAPPELLINI (Haiti)

L'uragano Irma visto dal satellite investe Haiti e si dirige verso Cuba (LaPresse) L'uragano Irma visto dal satellite investe Haiti e si dirige verso Cuba (LaPresse)

URAGANO IRMA. PORT-AU-PRINCE (Haiti) — Quando le grosse nuvole cariche di pioggia compaiono all'orizzonte e il cielo si fa cubo e minaccioso, la paura si impadronisce del cuore degli haitiani, grandi e piccoli.

Ricordi troppo recenti e dolorosi della devastazione dell'uragano Matthew tornano alla mente, le ferite ancora non rimarginate tornano a sanguinare, immagini di alberi sradicati come fuscelli e gettati lontano, case scoperchiate e rase al suolo, la costa spazzata da onde gigantesche e venti sempre più forti, il mare che entra nella città, inesorabile, una forza della natura incontrastabile, contro la quale l'uomo non può nulla.

Nel pomeriggio di ieri, gli spiriti si sono fatti ancor più cupi del cielo di piombo che dall'orizzonte avanza verso di noi. L'uragano Irma era atteso, dopo aver portato la sua distruzione sulle piccole Antille la sua traiettoria verso Haiti era annunciata, ma si sperava in un cambiamento dell'ultim'ora. Con una forza distruttrice ancora più grande di Matthew, Irma invece avanza nella sua inesorabile corsa. Ma questa volta la grande paura degli haitiani ha almeno un aspetto positivo: la gente si è potuta preparare. Messaggi radio per allertare la popolazione, scuole chiuse in anticipo per tre giorni, tutti gli uffici pubblici e privati chiusi da giovedì per proteggere la popolazione da inutili spostamenti e per lasciare le vie di comunicazione sgombre ai soccorsi; documenti preziosi messi al sicuro, cibo e medicinali trasportati d'urgenza verso la penisola del Nord, la zona che si ritiene più a rischio. Sono forse piccole cose, ma uno sforzo enorme per il piccolo e fragile Paese che è Haiti.

Da mezzogiorno di ieri il cielo è cosi scuro che sembra notte. Le nuvole avanzano, la pioggia comincia a cadere. Cadrà tutta la notte su oltre metà del Paese, compresa la capitale, ma è al Nord che fa più paura. La gente è barricata in casa, le strade deserte. Quando il vento comincia ad aumentare di potenza, salta la corrente e un terzo del Paese resta al buio. I pochi generatori disponibili sono irraggiungibili con il vento che soffia a questa potenza e la pioggia che cade come se fosse il diluvio universale. E poi è meglio risparmiare la benzina per i giorni prossimi, che potrebbero essere molto difficili.

Il Paese è sospeso, al buio, assordato dal fragore dei tuoni, a guardare la forza della natura che marcia verso di noi e si abbatte sul paesaggio, ormai invisibile sotto la pioggia battente. Rintanati nelle nostre case, guardiamo la forza incredibile della natura e ci chiediamo cosa possa sembrare vista dalle povere case delle bidonville, con la pioggia che batte sui tetti di lamiera e le strade di terra che diventano fiumi di fango. Ci chiediamo quanta paura abbiano i bambini dei quartieri bassi in questa notte di tempesta, se nemmeno noi, sotto i nostri tetti sicuri, riusciamo a dormire.

Sono ore di tensione per tutti, ma l'occhio dell'uragano passa a qualche decina di chilometri dalla costa. Vento e pioggia si abbattono con forza sulla costa nord di Haiti: ponti spazzati via dalla forza dell'acqua, decine di case abbattute, qualche centinaio inabitabili, danni ingenti. Poche ore dopo la mezzanotte il vento comincia a perdere di forza, ma la pioggia continua a cadere. Per tanti è una notte assolutamente insonne. Oltre 800 bambini sono evacuati da più di 15 diversi orfanotrofi, alcuni solo alle prime luci dell'alba, dopo aver passato l'intera notte arrampicati e ammassati nelle stanze più alte. Oltre 2mila persone hanno perso la casa, moltissimi agricoltori sono in ginocchio. Ma quando fa giorno, con timido sollievo pensiamo che poteva andare peggio.

Ora si contano i danni, si cerca di raggiungere i tanti villaggi di cui ancora non si hanno notizie, si cerca una soluzione per le famiglie senza casa, come sempre le più povere, e si guardano con apprensione i fiumi che non accennano a sgonfiarsi. I danni sono grandi, ma non è la devastazione portata da Matthew lo scorso anno, soprattutto non sono i quasi mille morti che abbiamo pianto un anno fa. 

Con un po' di sollievo, questa mattina la vita a poco a poco riprende. Giorni difficili ci attendono, ma ci sentiamo quasi dei miracolati e c'è una certa incredulità per la sorte che una volta tanto non si è accanita. Certo ora c'è molto da fare, e come sempre bisogna fare presto perché la vita possa tornare alla normalità. Ma siamo grati. Grati al destino che ci ha risparmiati, e preoccupati per chi ha ancora giorni difficili davanti a sé: a loro vanno i nostri pensieri e per loro, adesso, sono le nostre preghiere.

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