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Esteri

CAOS IRAN/ Gli Usa sono solo spettatori?



Souad Sbai


lunedì 1 gennaio 2018


Che il quadro mediorientale sia sul punto di cambiare non ce ne accorgiamo certo ora che anche Teheran vede la propria stabilità vacillare pericolosamente. L'Iran, come del resto la Siria e l'Iraq in altre modalità, è il crocevia per comprendere come e in quale direzione si muovono le potenze internazionali e, soprattutto, come evolvono le dinamiche interne.

Manifestazioni di piazza, contromanifestazioni, telefoni isolati, social networks e servizi di messaggistica spenti, persone uccise e inizio di repressione che ci fanno tornare alla mente quel sanguinoso e terrificante 2009 in Iran, dove la ''primavera'' venne fatta sfiorire in brevissimo tempo in autunno grigio anzi in inverno cupo e silenzioso; si sa, come tutti i regimi anche quello di Teheran non ama le proteste di piazza, che nascano per il carovita o per i diritti civili e meno che mai è disposta ad accettare l'instabilità domestica ora, nel mezzo di un conflitto geopolitico e ideologico-religioso con il mondo sunnita, Arabia Saudita in testa. Quest'ultima ha il dito puntato anche contro il Qatar, accusato di connivenza con il regime iraniano, nonché di foraggiare il terrorismo e i Fratelli musulmani. 

Dopo la rovinosa sconfitta siriana, che ha segnato il passo nel progetto di conquista globale da parte dei Fratelli musulmani, Doha ha in effetti riavvicinato le proprie posizioni a quelle di Teheran anche nello Yemen, dove continuano le ostilità tra i ribelli sciiti Houthi sostenuti da Teheran e la coalizione guidata dall'Arabia Saudita.

Dunque il regime iraniano vive oggi di riflessi condizionati, con il timore che l'instabilità interna causata dal malcontento della popolazione possa indebolirlo sul fronte esterno, e che la compagine sunnita possa a sua volta soffiare sul fuoco dell'opposizione, che si manifesta a fasi alterne dalla rivoluzione di Khomeini del 1979.

Cosa potrà accadere ora a Teheran è difficile dirsi, anche se tutto converge verso la considerazione che il regime possa optare, come fece nel 2009, per la mano pesante se la tensione dovesse alzarsi ancora e le cose precipitare. Non si può e non si deve nascondere la durezza del regime iraniano, che da quando si è instaurato non manca occasione per spezzare ogni tentativo di aria libera: dal 1979 ad oggi poco è cambiato a Teheran e le donne e gli intellettuali dissidenti ne hanno fatto sempre le spese. E sull'arresto della ragazza simbolo della protesta a breve ci ritroveremo a manifestare davanti all'Ambasciata iraniana a Roma. Un ultimo cenno va sicuramente fatto agli Stati Uniti, che hanno già fatto sapere (con un tweet... segno dei tempi) all'Iran che ''il mondo vi guarda'' e che ''nessun regime è eterno''. ''Sembra che gli iraniani non ne possano più. Gli Usa vigilano su eventuali violazioni dei diritti umani'', ha scritto il presidente Trump. Frecciatine, per ora, nulla di più. Passerà Washington ad azioni più concrete, per far dimenticare l'indifferenza di Obama alla sanguinaria repressione delle proteste del 2009? Anche gli Stati Uniti, se vogliono, hanno un ruolo da giocare nel contesto del secolare conflitto tra sunniti e sciiti che sta investendo sempre pi anche la stabilità interna iraniana.



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