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PINA BAUSCH/ Da Milano a Berlino "Vollmond" danza in 3D

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Vollmond Ensemble al Piccolo di Milano (Copyright Laurent Philippe)  Vollmond Ensemble al Piccolo di Milano (Copyright Laurent Philippe)

Pina non c’é. Anzi è viva.
L’avessero chiesto a Fellini, che l’adorava, non avrebbe avuto dubbi.
La principessa cieca, salpata con lui a bordo di “E la nave va”, sarebbe sopravvissuta anche alla tempesta più brutta, l’ultima.

Abituata a guardare il mondo, nascosta sotto i tavolini del ristorante dei genitori a Solingen in Germania, scandagliava i fondali del corpo come nessun altro.
Un tic, uno sguardo, una carezza e lei andava diritto al cuore.

Ecco, in una parola, spiegati gli applausi scroscianti che dopo vent’anni hanno salutato al teatro Strehler il suo “Vollmond”.

Solo un pezzo di danza, “ein stuck” come diceva la Bausch. Sulle rive di un ruscello, in una notte di luna piena. Con i suoi formidabili attori-danzatori a mimare, attorno a un macigno di pietra dilavata dai temporali, la cecità dell’amore.

Un successo che ha confermato, ancora una volta, come la compagnia non sia indebolita dalla scomparsa - ormai è passato un anno e mezzo - della celebre coreografa tedesca.
Insomma, il Tanztheater di Wuppertal non sa di chiuso, né di museo.

Così, calato il sipario sulle tre settimane milanesi di convegni, proiezioni e spettacoli “For Pina”, proviamo a formulare la domanda, impronunciabile per ogni ciurma d’artisti che abbia perso il suo capitano.

“Chi sarà la nuova Pina?”.

Al Piccolo Teatro Studio Expo, Dominique Mercy e Peter Pabst provano a rispondere. Attacca l’indimenticabile interprete nel 1983 alla Scala di “Café Muller”, ora direttore artistico insieme a Robert Sturm, “È presto, siamo ancora in lutto - ammette scuotendo i capelli biondi, più radi -. E poi nessuno potrebbe sostituirla, artisti così nascono ogni duecento anni”.

E, rigirando il microfono tra le mani: “Intanto, abbiamo pensato di riprendere alcuni vecchi spettacoli, per trasmetterli ai nuovi danzatori. Il nostro è un repertorio ricchissimo, di oltre quaranta titoli. Dobbiamo tenerlo vivo”.

La parola passa a Peter Bapst, il designer che dopo la morte del compagno della Bausch, Rolf Borzik ha disegnato lo spazio scenico di successi mondiali da “Viktor”,“Agua”, “Nelken”, fino a “Bamboo Blues” in scena a Spoleto proprio l’estate del 2009 quando morì la Bausch.



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