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IL CASO/ Quei comunisti-pecorella di Palazzo Marino che rifiutano la divisa

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L'appello rifiutato da Pisapia per liberare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone  L'appello rifiutato da Pisapia per liberare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Stavolta il sindaco-avvocato si è comportato come il più tartufone degli azzeccagarbugli, pavido imbrogliacarte privo delle più elementari delle qualità umane e civili. Che invece non dovrebbero mai mancare a chi, per istituzione e scelta, s’è pigliato il dovere di rappresentare i sentimenti di tutti i cittadini e non soltanto quegli degli amici della sua parte. Senza neppure stare a cavillare sulle convenienze politiche o ideologiche. Tutto questo, all’ex rifondarolo rosso (oggi cromaticamente riconvertito alle più tenue sfumature arancio) Giuliano Pisapia, pare invece non importare nulla. Il rifìuto di appendere alle finestre di Palazzo Marino lo striscione per chiedere la liberazione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due lagunari italiani incarcerati dalla polizia indiana in spregio a ogni legge e nome dei diritti civili e umani, vale più di tante buone parole che il finto pacioso sindaco non perde occasione per rifilarci. Alla giunta arancione, dice cinicamente, l’avvocato Giuliano, non sono pervenute notizie certe e chiare per capire se davvero i nostri due marò sono vittime o carnefici, se hanno davvero sparato in aria come dicono oppure hanno centrato a bella a posta la bagnarola dei pescatori indiani. Conviene dunque pure a loro fare i pesci in barile e sciacquettare politicamente e prudentemente al largo, in acque internazionali, e senza pigliare posizione.

Questo dice il sindaco paguro ritiratosi, come usa quando c’è da sfoderare coraggio e maroni, nel suo tranquillo e sicuro guscio ideologico. Aspettiamo, dunque, che gli indiani chiariscano la faccenda e poi qualcosa succederà. I due italiani in galera? Beh, son soldati, perdio, e mica nobili cooperanti o santi pacifisti di Strada (nel senso di Gino): alla guerra sono abituati, si comportino da uomini e non da caporali. Già, il fatto è proprio questo: al leguleo Pisapia i caporali, ma anche i sergenti o i semplici soldati di truppa non sono mai stati troppo simpatici. Non per nulla li ha cacciati da Milano dove, come i due militari sulla petroliera, piantonavano vie e obiettivi "sensibili" per scoraggiare i pirati del crimine. Strano modo di fare, tuttavia. Qualcosa non torna nei comportamenti del sindaco che qualche tempo fa ha chiesto senza esitazione (e giustamente)  la liberazione di Francesco Azzara, collaboratore di Emergency rapito in Darfur e ha srotolato con zelante ubbidienza (a Fiorello) lo striscione per offrire solidarietà a Rossella Urru, sequestrata dai qaedisti di Bin Laden in Algeria. Lo ha fatto senza aspettare la versione dei sequestratori o chiedere i verbali  su come si sono svolti i fatti. Stiamo scherzando? Affatto, perché è questo che il capogruppo del Pd in consiglio, Carmela Rozza, ha detto: “Non conosciamo i fatti e non siamo noi che possiamo giudicare”. Grottesco. Eppure, anche se non lo dicono, perché si vergognano, sotto questa imbarazzante ritirata della giunta inquirente c’è la solita menzogna cara alla sinistra radicale e antagonista dei centri sociali. Quella, non va dimenticato, che al momento del dunque vota Pisapia. Il teorema è semplice: come in Afghanistan e in Iraq, anche sulle petroliere a rischio d'attacco piratesco, i militari sono lì a fare la guardia agli interessi capitalisti e imperialisti. Insomma, dai pozzi di petrolio del deserto iracheno direttamente alle petroliere che lo trasportano per il mondo: quei marò, per Pisapia e la sua giunta catto-arancio altro non sono che cani da guardia tenuti dallo Stato alla catena delle multinazionali.



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