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SCUOLA/ 2. Il rischio di un mondo virtuale? Sì ma la colpa non è di Facebook

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In entrambi i casi abbiamo un ragazzo che si organizza il pomeriggio in una condizione logisticamente simile, solo che i due scenari differiscono profondamente in un aspetto: nel primo caso ci troviamo davanti a un ragazzo che sta bene. Da cosa lo notiamo? Non dal fatto che ci appare come un generico e classico “bravo ragazzo” da manuale, quanto piuttosto che si muove in maniera economica. Ossia usa e trasforma la realtà a suo beneficio, per trarne vantaggio.

Nel secondo caso è invece evidente l’atteggiamento antieconomico del ragazzo. Il suo lavorare in perdita. Non impara, non gioca, non si informa, non si diverte. È già preso dentro un bulimico consumo di immagini e contatti che polverizzano le sue ore in istanti privi di tempo. Perché non c’è tempo senza rapporto, essendo il tempo sempre il tempo del rapporto.

Facebook stesso, che costituisce fonte di apprensione per molti, andrebbe guardato secondo quest’ottica. Se rappresenta l’orizzonte totalizzante di puri contatti spacciati per “amici” da cui viene per principio espunto il giudizio di affidabilità sull’altro, allora diviene una trappola perversa in cui i giovani restano incastrati. Un meccanismo capace di assorbire il tempo e l’energia e, nei casi più gravi, di portarli su cattive strade e coinvolgerli in cattivi incontri. Ma anche qui occorre sempre ricordare che un ragazzo che sta bene sa distinguere le cattive strade e se ne tiene lontano. Non perché si trattiene con un titanico sforzo di volontà, ma semplicemente perché trova di meglio da fare e da frequentare, non gli interessano.

In altre mani invece Facebook è l’occasione per contattare gli amici, reali, in modo nuovo, per organizzare velocemente tornei di calcetto, per scambiarsi idee e impressioni, per comunicare i propri pensieri e stati d’animo.

 

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