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GINO PAOLI/ I dischi che hanno fatto la (nostra) storia: "Le due facce dell’amore"

Seconda puntata della rubrica di ANDREA PEDRINELLI dedicata ai grandi dischi spesso dimenticati della musica italiana, questa volta tocca a un rarissimo Gino Paoli

La copertina del disco introvabileLa copertina del disco introvabile

Dopo il suicidio di Luigi Tenco, Gino Paoli si era in pratica ritirato. I fasti degli esordi, da “Senza fine” a “La gatta”, da “Sassi” a “Il cielo in una stanza”, sino a “Che cosa c’è” e “Sapore di sale” si erano concentrati fra il 1961, anno del suo primo Long playing, e il ‘65 della sua (presunta) consacrazione col live “Gino Paoli allo Studio A”. Dopo, però, nel ’66 Paoli aveva firmato appena una colonna sonora, e nel ’67, anno della morte dell’amico, solo il lato A di un bizzarro disco diviso con The Casuals. E del resto Paoli avrebbe potuto morire prima di Tenco, quando decise di spararsi un colpo al cuore “per vedere cosa succedeva” nel luglio ’63, all’apice del successo; e non fu certo un caso che la tragedia del collega, sorta di ultima goccia in un vaso traboccante di malesseri, sia andata in pratica a chiudere per lui un periodo fortunato quanto contrastato, portandolo proprio a decidere di smettere.

Il perché e il come, in verità, Paoli l’ha dichiarato con più precisione al suo miglior biografo, Cesare G. Romana, lasciando solo in controluce la vicenda Tenco. “Un giorno mi trovai di fronte a un foglio di carta bianco, e mi sorpresi a domandarmi cosa potesse funzionare in quel momento. Ecco, lì capii che era il segno di smettere di scrivere. Mio padre mi diceva sempre: ‘Se non hai niente da dire, taci’. Così mi misi a fare il cantante da night girando con un’orchestra e interpretando pezzi di altri”. 

Il ritiro di Paoli durò, discograficamente parlando, quasi cinque anni. L’artista gestì un dancing a Levanto, rimettendoci peraltro milioni di allora perché offriva da bere a tutti, e appunto cantò nei night: “Dove imparai il mestiere, facendo davvero la gavetta”. I denari a Gino non mancavano, comunque: grazie ai proventi editoriali dei suoi successi e alla piccola etichetta Without End (ovvero “Senza fine”…) con cui l’artista ebbe l’intuizione di divenire primo editore italiano dei Bee Gees. Ma ci fu anche altro, in quel periodo di assenza dalle scene che contavano: qualcosa che Paoli alla fine scansò come non era riuscito a fare Tenco e come non sarebbe riuscito a fare l’altro suo amico Piero Ciampi (che non citiamo a caso); qualcosa che avrebbe paradossalmente dato il “la” al vero Gino Paoli. 

“Furono tre anni di incubo”, ha ricordato infatti Paoli, approfondendo il periodo post-1967 passato fra la cosiddetta gavetta e il fare un po’ l’oste un po’ il discografico, incidendo qua e là solitari 45 giri mentre Sanremo lo rifiutava come aveva sbeffeggiato Tenco. “In quegli anni sperimentai il limite. Finché mi spinsi sempre più giù, sino all’eroina. E solo nel 1971, quando un ricovero all’ospedale mi impedì di procurarmi la ‘roba’, e capii che per tre anni non ero esistito, solo allora decisi di ricominciare a vivere. Costringendo un amico a tenermi sotto controllo finché non uscii dal tunnel della dipendenza. Soltanto dopo ciò, lasciai Levanto, tornai a Milano, mi rimisi su dischi veri. Quel periodo, con la droga, è stato un altro tentativo di suicidio, per me”. 

E’ dunque una rinascita a tutti gli effetti, umana in primis, quella che riporta Gino Paoli sulla ribalta discografica nel 1971 con l’album “Le due facce dell’amore”, a inaugurarne un periodo fertile, anche migliore dei fasti anni ’60 per qualità complessiva degli album, quanto purtroppo oggi dimenticato. Il periodo paoliano apertosi con “Le due facce dell’amore” lo vede agire sotto l’egida dell’etichetta meneghina Durium, nata nel 1935, capace di stampare anche la celebre antologia “Napoletana” di Murolo e la “Milanese” di Svampa e poi defunta nell’87 paradossalmente mentre immetteva sul mercato l’ennesimo album magnifico, “Serenata” di Amedeo Minghi, che avrebbe dovuto confermarne la capacità di valorizzare i talenti e invece fu il canto del cigno. 

In realtà anche dopo i fasti artistici (non certo di vendite) dei dischi con la Durium, l’ultimo uscì nel ‘77, ci sarebbero stati per Paoli anni di silenzio e nascondimento: interrotti appena da un celebre e magnifico omaggio a un altro amico, appunto Ciampi, con l’album dell’80 “Ha tutte le carte in regola”, prima della rentrèe magistrale e definitiva di “Averti addosso” nell’84.  Perché Paoli è rimasto personaggio ombroso quanto sensibile, ben poco facile da piegare alle regole del mercato, e sempre ha scritto solo quando aveva qualcosa da dire. Certo, con l’Lp del 1971 era tornato ad averne, di cose da dire: e con esso si aprì per lui un momento di grazia. Fu lo stesso Paoli a presentare il proprio ritorno sul retro dell’album “Le due facce dell’amore”, stampandovi una lettera destinata all’arrangiatore del disco Giampiero Boneschi, uno dei grandissimi della discografia nostrana.