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FIAT/ La sfida tra Marchionne e Scajola per Termini Imerese chiama in campo Gramsci

martedì 1 dicembre 2009

Diceva Gramsci che l’Italia soffre sia dei mali del capitalismo che dei mali del suo mancato sviluppo. E l’aforisma gramsciano suona sinistramente attuale, a ottant’anni di distanza, nel caso della Fiat e della polemica sul destino dell’impianto di Termini Imerese, di cui si parlerà anche oggi a Roma in un incontro tra il ministro per lo Sviluppo economico e l’amministratore delegato del gruppo torinese Sergio Marchionne.

 

Che c’entra Gramsci? C’entra, e giova capirlo per capire anche come mai le prospettive per Termini e, in generale, per un certo tipo di produzioni industriali in Italia siano così grame. Dunque, è noto che Marchionne chiede allo Stato un “tavolo” di trattativa per scongiurare quella che, diversamente, presenta come una soluzione ineluttabile: la chiusura dello stabilimento siciliano dove lavorano, tra dipendenti diretti e dell’indotto, circa 1400 dipendenti.

 

Marchionne dice: il costo del lavoro in Italia è tra i più alti del mondo, e questo dato basterebbe di per sé a scoraggiare la Fiat dal continuare a produrre tante auto (645 mila, quest’anno) nei cinque impianti italiani. Ma non basta: i cinque impianti sono infatti troppi, la stessa capacità produttiva concentrata in uno o due darebbe più efficienza; e la logistica di sistema (strade, treni, porti) che circonda questi impianti è inadeguata. Quindi, si chiude, o almeno si riconverte: ma in cosa, la Fiat non sembra saperlo, e attende in tal senso indicazioni (leggi: aiuti) pubblici.

 

Dando per scontati gli incentivi alla rottamazione: se cessassero, nel prossimo anno - sempre secondo Marchionne - sarebbe a rischio-chiusura non solo l’impianto di Termini ma anche quello di Pomigliano d’Arco, vicino Napoli. E la Fiat porta molti altri dati a supporto della sua tesi: in Italia, dice Marchionne, per produrre quelle 645 mila auto in 5 stabilimenti si devono impiegare 21.900 dipendenti; in Polonia, per farne 600 mila bastano 5.800 dipendenti in un solo impianto; in Brasile, 8.700 dipendenti per 700 mila vetture in un solo stabilimento. Come dire: ma cosa stiamo ancora a perdere tempo?

 

Ma anche Scajola ha i suoi bei numeri da snocciolare. In Italia produciamo il 30% delle auto che ogni anno vengono acquistate (cioè: la Fiat vende e produce, le case straniere vendono e basta). In Germania viene prodotto un numero di vetture pari al 170% di quelle che vengono vendute sul territorio nazionale! Segno che i tedeschi, pur avendo un costo del lavoro del tutto allineato a quello italiano, riescono a mantenere economicamente efficienti i loro impianti.

 

Ha ragione anche Scajola. Peccato però - e così torniamo a Gramsci - che nel nostro Paese tener conto solo dei numeri e dei relativi parametri economici (insomma, giocare a fare soltanto i capitalisti) è disguidante. Chiunque abbia fatto anche solo un viaggetto di piacere in Germania sa per esperienza che il tasso di efficienza delle infrastrutture e delle stesse istituzioni pubbliche tedesche è incomparabilmente migliore di quello italiano.

 

E che insomma produrre, confezionare, spedire dalla Germania verso il mondo è come muoversi su un piano inclinato in discesa, fare le stesse cose in Italia significa scalare ogni volta una montagna. Ecco il “mancato sviluppo” del capitalismo italiano, che Gramsci biasimava così duramente.

 

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