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TELECOM/ I tre ostacoli insormontabili che allontanano Telefonica

Telecom, depredata da una folle scalata nel 1999, non può finire nelle mani di Telefonica per tre principali ragioni

Telecom_Torre_StopR375.jpg(Foto)

La caduta del muro di Berlino e la fine ignominiosa del comunismo reale hanno avuto un effetto paradossale, che Papa Wojtyla previde per tempo e contro il quale mise, invano, il mondo in guardia: che cioè la scoperta degli errori e degli orrori del comunismo finissero col coprire il capitalismo di una specie di salvacondotto etico, come se le colpe e i difetti fossero stati fino a quel momento tutti e soltanto dall’altra parte del muro.

 

Non era così, anzi.; e semmai la scomparsa del “nemico marxista” ha soltanto eliminato i freni inibitori, le prudenze e i controlli che, prima, le autorità occidentali riverberavano sul loro sistema finanziario perché il rischio di un suo indebolimento era troppo grave. Questa politica di “laissez faire” ha posto le premesse per la devastante crisi finanziaria del 2008. E ancora nuoce.

Figlia legittima di quell’epopea del capitalismo senza freni, autoregolamentato (e quindi non regolamentato!) e riserva di caccia per le scorrerie degli yuppie di mezzo mondo sono in Italia due vicende: Parmalat e Telecom Italia. Nel primo caso, in mano alla magistratura, risparmiatori di mezzo mondo sono stati spennati per l’avidità e l’incuria di un ristrettissimo gruppo di persone. Nel secondo caso, a essere spennata è stata una grandissima azienda, un tempo tra le più forti del mondo nel suo settore, appunto Telecom.

Su quest’azienda, privatizzata nel ’97 dal governo Prodi (ministro del Tesoro Ciampi) per un controvalore di appena 27 mila miliardi di lire, appena due anni dopo fu lanciata un’Opa (offerta pubblica d’acquisto) del valore di ben 100 mila miliardi, da un gruppo di investitori guidati da Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti. Solo che quest’Opa era destinata a essere finanziata attingendo all’allora ricchissimo patrimonio della società-bersaglio, la stessa Telecom.

Quel che è accaduto è presto detto: l’Opa è riuscita, decine di migliaia di azionisti, grandi e piccoli, si sono ben rimpinguati incassando lecitamente il controvalore dei titoli che vendevano agli scalatori, ma questi ultimi hanno scaricato sulla società scalata il peso dei debiti contratti per scalarla. In questo modo, la capacità d’investimento che Telecom Italia aveva prima della scalata è stata praticamente bruciata. Oggi l’azienda, per quanto ben gestita da Franco Bernabè, guadagna ma non abbastanza da riuscire sia a rimborsare i debiti che a finanziare gli investimenti e pagare i dividendi.

L’attuale azionariato di Telecom, costituitosi due anni fa dopo l’uscita di scena del gruppo Pirelli che aveva rilevato il controllo da Colaninno, ha coinvolto nell’assetto proprietario il colosso spagnolo Telefonica. E da un annetto si sussurra che gli spagnoli, avendo sborsato circa 3 miliardi di euro per acquisire questo 40% di capitale nella holding Telco, che controlla a sua volta il 22% di Telecom, vorrebbero fare ora il secondo e decisivo passo comprandosi tutto il gruppo italiano.


COMMENTI
26/02/2010 - Sul punto 2 (francesco schiavello)

Conosco almeno due casi in cui l'ex-monopolista è passato in mani straniere in EU: OTE(GR) passata a Deutsche Telecom e TPSA(PL) passata a France Telecom.

 
24/02/2010 - Telecom e Fastweb, stessa logica (PAOLA CORRADI)

Ma possibile che i nostri imprenditori non riescano a man-tenere gli asset? Ora Fastweb, il titolo va giù, chi vuole metterci le mani sopra, a parte che ormai è svizzera. Chi deve osservare e denunciare queste anomalie? Dove è il bene comune? E' possibile che nessuno trovi più la convenienza ad agire in modo etico? Quando cedi l'asset a una multinazionale straniera, non puoi più assicurare nè i posti di lavoro nè l'indotto.