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TELECOM/ Le tre "anime" che appesantiscono il gigante delle tlc

Telecom Italia resta ancora appesantita dal debito che ha ereditato dalla famosa Opa del 1999. Come fare ora per provare a rilanciarsi? L’analisi di ZACCHEO

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I problemi di Telecom saranno alleviati dal calo dei compensi del presidente esecutivo Franco Bernabè e dell’amministratore delegato Marco Patuano? Con tutto il rispetto, è assai improbabile. Per un’azienda che nel 2011 ha perso 4,8 miliardi e nel 2012 un ulteriore miliardo e seicento milioni di euro - oltre a essersi deprezzata in Borsa fino al minimo storico di 0,5 euro per azione, che significa non capitalizzare neanche 8 miliardi di euro - suona quasi beffardo il fatto che il tandem di testa abbia intascato complessivamente 2,968 milioni (Bernabè) e 1,32 milioni (Patuano), in calo di 700 mila euro il primo e di 500 mila il secondo.

Ci vuol altro. Ben vengano infatti i superstipendi - per quanto deliranti siano - dei capi, se almeno fanno ciò che il mercato si attende da loro: trovare soluzioni salvifiche per un’azienda ancora straordinaria ma fiaccata - e per ora senza misurabili opportunità di riscatto - da un pesantissimo basto di debiti. Ma è proprio questo ciò che il mercato - e quel che più conta, i soci di controllo - addebitano alla gestione, ma soprattutto a Bernabè: non sanno fare strategie per il riscatto del gruppo.

È un’accusa fondata? E, soprattutto, è “solo” colpa dei manager, se Telecom è ferma in mezzo a un eterno guado? La risposta è che l’accusa è fondata, ma le colpe vere stanno altrove. E cerchiamo di capire perché. Telecom è il paradigma di come il grande turbocapitalismo all’americana sia, o possa essere, una specie di mostro antropofago che finisce con lo sbranare se stesso. Dopo tredici anni, è ancora alla prese con la digestione - che si pensava soltanto pesante e si è rivelata impossibile - del debito monstre scaricatovi in pancia dall’Opa della cordata-Colaninno nel ‘99 e dalle successive ingegnerie finanziarie operate durante la gestione Pirelli.

Ce la ricordiamo tutti, fu “la madre di tutte le Opa”, la più ricca fino ad allora effettuata in Europa. A onor di Bernabè va detto che, dopo aver clamorosamente sbagliato nel sottovalutare le intenzioni di Colaninno e la sua capacità e determinazione, fece di tutto per ostacolare l’Opa e giunse a offrire ai suoi amici tedeschi della Deutsche Telekom l’opportunità di lanciare una contro-Opa gradita dal consiglio uscente, quello designato dal “nocciolino” di controllo guidato dall’Ifil di Umberto Agnelli. Bernabè non voleva che Telecom venisse. sia pur indirettamente (tramite, cioè, l’allora società controllante Olivetti), caricata di debiti. Capiva, forse, che le “magnifiche sorti e progressive” delle “telecommunication companies”, all’epoca viste dagli analisti finanziari di tutto il mondo come delle inesauribili mucche da latte-filigranato, non fossero così sicure come apparivano.

E aveva ragione lui: la verità è che le aziende di questo tipo sono state, e oggi lo vediamo, le grandi vittime sacrificali di Internet, perché rispetto a quando il loro mestiere consisteva nel veicolare la voce, oggi veicolando dati con tariffe “flat” guadagnano e guadagneranno sempre meno. E invece quel colossale rapporto tra debiti e patrimonio che il mercato, quindici anni fa, immaginava sostenibile per loro, lo era appunto solo presupponendo quest’indefinita crescita di redditività.