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TELECOM/ "L'endorsement" che fa sperare l'Italia

Dopo il cda di Telecom Italia, spiega ZACCHEO, c’è da sperare che Vivendi, nuovo azionista di riferimento, possa portare gli investimenti di cui l’azienda ha bisogno

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In gergo, gli analisti finanziari lo chiamano “endorsement”: è quando qualcuno dichiara il proprio forte impegno, la propria approvazione, su qualcuno o su qualcosa. È quel che ha fatto Arnaud De Puyfontaine, consigliere di Telecom Italia ed amministratore delegato di Vivendi che, al termine di una riunione “di passaggio” del consiglio d’amministrazione del colosso telefonico italiano, ha regalato ai cronisti parole inequivocabili: “Vivendi è salita al 24,9% di Telecom Italia perchè siamo in una società in cui crediamo e che ha un potenziale importante. Desideriamo essere nella posizione di azionista di riferimento”. Viva la faccia. Che i francesi fossero qui per comandare era chiaro. Il Sussidiario l’ha scritto e spiegato in tutte le salse.

In sé, niente di strano, né di negativo: anzi, forse, uno degli esiti migliori della brutta storia di soprusi di cui Telecom Italia è stata soprattutto vittima. Nel ‘99, l’Opa a leva dell’Olivetti dei “capitani coraggiosi”, benedetta dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema; poi la brutale estromissione di Pirelli dal ruolo-guida, reo - Marco Tronchetti Provera - di aver puntato esattamente alla stessa alleanza con una “big company” dei media che si è attuata oggi di fatto con Vivendi. E dopo la passiva gestione dell’esistente, incautamente affidata da Mediobanca agli spagnoli di Telefonica, ai quali di Telecom interessava solo la ricca partecipazione sudamericana e la possibilità di inibirne ogni iniziativa in Italia e in Europa. Tutto questo ha danneggiato in modo assai grave l’azienda e il sistema-Paese. Nessuno pagherà pegno, purtroppo. Ma il passato è passato, c’è ancora da curare il futuro. E oggi, finalmente, un padrone in Telecom che possa determinarne il futuro c’è, è forte e si sa chi è.

Alla fin fine, questa è una buona notizia. Certo, non tutti i francesi sono uguali. Alcuni hanno dimostrato con i fatti di saper rispettare i valori italiani e anzi di farli crescere, altri ne hanno fatto strame. I padroni francesi del genere dei Credit Agricole o delle Bnp Paribas ben vengano, visto che hanno preso due banche italiane medie e non brillantissime, Cariparma e Bnl, e ne hanno fatto due gioiellini. Quelli del genere Lactalis alla larga, visto che stanno cercando di spremere via da Parmalat tutti i possibili vantaggi che un azionista saggio non pretende da una propria controllata. A quelli di Lvmh ponti d’oro, rispettano le professionalità artigiane d’Italia e le valorizzano, rispettandone anche i brand; a quelli del genere di Seb, che hanno rilevato un brand mitico come Lagostina lasciandolo sostanzialmente a sonnecchiare, cartellino rosso…

Come si comporterà Vivendi con Telecom? Certo, non potrà fare neanche volendo peggio di Telefonica: impossibile. L’auspicio, che l’uscita di De Puyfontaine autorizza, è che s’impegnino realmente a valorizzare l’asset. A cominciare dal management: se non quello di vertice, il forte e competente middle management che ha fatto grande Telecom e la sua tecnologia. E le parole di De Puyfontaine incoraggiano in tal senso: “Di Telecom ci piace il piano, ci piace la società, siamo impegnati sull’Italia e vogliamo essere in grado di scrivere una bellissima storia per l’Italia e Telecom”. “Siamo qui perchè crediamo veramente nello sviluppo strategico di Telecom Italia”. Speriamo sia vero.