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IL CASO/ La campagna anti-austerità fa "inciampare" Vegas e Draghi

Giuseppe Vegas (Infophoto)Giuseppe Vegas (Infophoto)

Come detto, anche Draghi è tornato su austerità e lavoro, passate da essere considerato un binomio, teorico peraltro, nell’ultimo periodo del governo Monti, a una vera e propria antinomia. Anche Draghi indica nella disoccupazione il problema più grave, ma non dà ricette su come risolverlo, limitandosi a dichiarare la sua intenzione di continuare a ridurre il costo del denaro e la remunerazione dei depositi bancari presso la Bce, per favorire il giungere della liquidità alle imprese. Il resto rimane compito dei politici, come il grande tema delle riforme e della competitività, sollevato ancora una volta dal presidente della Bce.

A questo punto si può dire che i due presidenti danno qualche risposta, sia pure indiretta, chiamando in causa i governanti dei singoli Stati e dell’Ue. L’invito è a dedicare le risorse ottenute alla crescita reale, non a meri esercizi contabili per perseguire una austerità ottusa, “senza speranza” come dice Vegas, distruggendo così la fiducia e avvitando non solo l’economia, ma la società tutta in una spirale disastrosa.

Affinché la massa di liquidità che gira per il mondo possa diventare realmente produttiva non bastano leggi e regolamenti, se non vi è la fiducia in un disegno concreto ed equo di sviluppo. Quello della crescente disparità nella distribuzione della ricchezza è un tema esplicitamente richiamato da Draghi, un tema non solo etico, perché questa diseguaglianza è negativa anche sotto il profilo prettamente economico.

Anche per combattere la disoccupazione non bastano le leggi, che possono facilitare il lavoro, ma non crearlo, se non artificiosamente. Di nuovo, occorre ricreare una clima di fiducia e la speranza nella possibilità di creare una società, e quindi un’economia, più sana nell’interesse di tutti, recuperando l’impegno di tutti a creare occasioni di lavoro, senza alcuna retorica dell’imprenditoria e del lavoro. Insomma, un compito prima di tutto culturale, quindi politico. Che il buon Dio ce la mandi buona, non per modo di dire, ma come vera e propria preghiera all’Onnipotente.

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