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IL CASO/ La campagna anti-austerità fa "inciampare" Vegas e Draghi

Sia Giuseppe Vegas che Mario Draghi dicono basta alla austerità e sì alla crescita, ma senza una strategia chiara e una ripresa della fiducia rimane solo un bel discorso. AUGUSTO LODOLINI

Giuseppe Vegas (Infophoto)Giuseppe Vegas (Infophoto)

A quanto pare la campagna contro l’austerità è ormai diventata ufficiale, con buona pace di Frau Merkel e dei “virtuosi” Paesi del Nord Europa. L’ultimo a dichiararle guerra è stato ieri Giuseppe Vegas nella sua presentazione della relazione annuale della Consob, di cui è presidente. Per la verità, ieri anche Mario Draghi si è espresso contro di essa, ma la sua è una ripresa. Ovviamente, se l’austerità è sotto attacco, sale acclamata sul podio la ripresa, ma di questa si vede tuttora solo qualche bagliore all’orizzonte: non bastano, infatti, i peana alla crescita, se poi non seguono azioni concrete. Tanto più che sembra non si tenga nessun conto del fatto che l’austerità può essere perseguita con leggi e atti amministrativi, i cui tagli hanno conseguenze anche immediate, la ripresa richiede operazioni ben più complesse e tempi più lunghi. Soprattutto, come ricordava Carlo Pelanda ieri su ilsussidiario, abbisogna di un elemento sostanziale che è la fiducia e la nostra classe politica sembra non esserne assolutamente cosciente, anzi, talvolta sembra perfino remare contro.

Con queste premesse, il discorso di Vegas mi lascia un po’ freddo, perché quella austerità senza crescita che ora tutti sembrano condannare fu varata da un governo con ampissima maggioranza parlamentare, che tali misure votò, compresa la famigerata Imu sulla prima casa. Mario Monti è i suoi ministri ci misero senz’altro del loro, ma almeno Pd e Pdl non possono ora fare le verginelle. Quanto agli altri, se qualcuno ha capito le loro ricette, me lo dica per favore.

Certo, di tutto ciò non è responsabile Vegas, il cui compito è sorvegliare la Borsa e a tal proposito ha chiesto, credo giustamente, più poteri, anche se, a lui come a tanti altri, bisognerebbe ricordare di utilizzare appieno e fino in fondo quelli che già ha. E’ comunque da rilevare che la Consob è riuscita a ridurre i propri costi, facendo fronte così al mancato finanziamento pubblico e riequilibrando anche i costi sugli operatori.

Tuttavia, mi lascia un po’ perplesso la sua affermazione che lo spauracchio non è più lo spread, ma la disoccupazione, perché lo sarebbe comunque, anche senza spread. E poi, qual è la causa della disoccupazione? La crisi, per combattere la quale si è attuata l’austerità, che ora si “scopre” aver peggiorato la crisi stessa, con il rischio che una disoccupazione sempre più forte faccia rialzare lo spread. Se i politici hanno mostrato tutta la loro ignavia, esperti, tecnici, controllori di vario genere, si svegliano solo adesso?