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ARMI ALLA SIRIA/ Questione troppo seria per un Nobel della pace

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Questa volta, invece, i due sembrano essere più cauti e le ragioni possono essere diverse, come il fatto che le armi si parla potrebbero non essere risolutive, o il timore che cadano in mani sbagliate. Potrebbe, però, aver influito la sensazione che le prove addotte da Obama non siano così consistenti e potrebbero in futuro provocare un “effetto Iraq”, e almeno Cameron ha ben presente quanto l’accusa di aver mentito alla nazione abbia pesato su Blair.

Per Hollande e Cameron sarebbe più semplice continuare con la loro posizione di realismo geopolitico, che li porta, a torto o a ragione, a giudicare positiva la cacciata di Assad, senza nascondersi dietro a motivazioni “etiche”, come l’uso delle armi chimiche. E’ in fondo la posizione dei “falchi” americani, come il Repubblicano John McCain, che vorrebbe armare pesantemente i ribelli, così da finire la guerra in tempi rapidi. Dall’altra parte, non hanno tutti i torti i russi nell’avvertire che un sostegno diretto di Usa e Europa ai ribelli renderebbe impossibile ogni trattativa, a partire dalla programmata conferenza di Ginevra.

Qui Obama rischia di giocare inavvertitamente con il fuoco, perché pare non aver colto appieno il significato di ciò che sta avvenendo in Siria. I lettori del Sussidiario che hanno avuto la pazienza di leggere gli articoli pubblicati sulla Siria e sul più ampio contesto medio-orientale, si saranno resi conto che il vero problema è il futuro assetto della Siria e le sue conseguenze. Il bianco e nero, con o contro Assad, o comportamenti ondivaghi, rendono questo futuro ancor più incerto e non aiutano a fermare il massacro in corso.

Su questo, Obama non sembra avere una strategia chiara, né sembra averla l’Europa, mentre parrebbero avere le idee più chiare i russi. Nel loro appoggio ad Assad vi è certamente il desiderio di sostenere un loro alleato nell’area, ma vi è anche la convinzione che la sua caduta, tutt’altro che certa, sarebbe disastrosa per tutta l’area.