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TASSE/ Così gli studi di settore mettono "nei guai" anche Saccomanni

Nelle dichiarazioni del ministro Saccomanni sulla evasione fiscale è difficile trovare un chiaro impegno alla riforma del sistema fiscale e dell’Agenzia delle Entrate. Di AUGUSTO LODOLINI

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Mi spiace ammetterlo, ma sono rimasto un po’ deluso dalle dichiarazioni del ministro Fabrizio Saccomanni sull’evasione fiscale, perché mi aspettavo qualcosa di diverso dalle solite dichiarazioni di principio tipiche dei politici, senza alcuna indicazione sulla direzione e le modalità di applicazione. Mi aspettavo qualcosa di diverso da Saccomanni, fino all’altro giorno direttore generale della Banca d’Italia, un ruolo che dovrebbe superare i limiti del tecnico e del politico, perché li combina entrambi. In più, da quell’osservatorio privilegiato si dovrebbe avere una visione ben chiara della realtà.

Pur dando per scontato l’usuale ritornello della lotta dura alla evasione, potevano essere evitate ovvietà come “L'evasione privilegia chi evade e danneggia chi è onesto” o affermazioni tipo “L'evasione fiscale distorce la concorrenza tra imprese”, dimenticando le distorsioni “legali” arrecate dal ripianamento a carico dei contribuenti dei bilanci di alcune aziende privilegiate. Ancora una volta si è posto tutto l’accento sull’evasione, evitando di mettere seriamente in discussione il sistema fiscale attuale e il modo in cui viene applicato. Per la verità, Saccomanni ha fatto un cenno in tal senso, quando ha parlato della necessità di facilitare l’adempimento degli obblighi fiscali per i contribuenti onesti, ma senza alcuna indicazione di cosa questo significhi in concreto.

Eppure, un anno fa, il Presidente della Corte dei Conti, in un’audizione alla Commissione parlamentare sull’anagrafe tributaria, aveva denunciato la farraginosità del nostro sistema fiscale, indicando la necessità di ripensarlo interamente. Come se non bastasse, perfino il capo dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, a una riunione dei Caf, aveva dichiarato che compilare da soli un 730 è una missione quasi impossibile, aggiungendo: “Il fisco italiano è un pachiderma. C’è stata una vera e propria bulimia delle norme fiscali negli ultimi 40 anni”.

Né il precedente Parlamento, né il governo Monti hanno fatto niente di serio in tale direzione, ed è indubitabile che mettere mano alla revisione del nostro sistema fiscale non sia una cosa fattibile da un giorno all’altro. Ciò non toglie che sarebbe stato essenziale un impegno del ministro in tal senso, invece che la solita, sterile denuncia del problema.

Un caso concreto su cui governo e ministro avrebbero potuto prendere immediatamente posizione è il modo in cui vengono applicati gli studi di settore, che non dovrebbero essere considerati strumenti di accertamento diretto, come ripetutamente assicurato dai precedenti governi, con Berlusconi in prima linea.