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FINANZA/ Il "vaso di Pandora" che può distruggere l’euro

Un rapporto del Fmi riconosce gravi errori della “troika” nella crisi greca e lancia gravi critiche alla Commissione europea, che risponde stizzita. Il commento di AUGUSTO LODOLINI

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Sta richiamando molta attenzione il rapporto del Fondo monetario internazionale sugli errori commessi nel “salvataggio” della Grecia, anche per le critiche rivolte agli altri due membri della cosiddetta “troika”, Bce e Commissione europea. Il rapporto non è stato pubblicato dal Fmi, ma è apparso sul Wall Street Journal, cui evidentemente qualcuno lo ha passato. A questo punto, il Fmi ha preferito pubblicarlo ufficialmente, pur consapevole delle reazioni soprattutto della Commissione europea, la maggiore destinataria delle critiche.

Il Fmi ammette di avere sbagliato nel giudicare la gravità della crisi greca e manifesta ampie riserve sulla strategia di austerità estrema applicata alla Grecia. Ad esempio, per il periodo 2009-2012, il Fondo aveva previsto una decrescita nel Pil del 5,5% e un aumento del tasso di disoccupazione del 15%: i numeri reali sono stati rispettivamente del 17% e del 25%. Non male per una così importante istituzione internazionale.

Il rapporto afferma che sono stati decisamente sottostimati gli effetti recessivi delle misure di austerità e che sono stati posti obiettivi di rientro troppo ambiziosi, sopravalutando le possibilità reali di rientro dall’enorme debito del Paese, che avrebbe dovuto passare dal 175% del Pil al 124% nel 2020 e al 110% nel 2022. Secondo il Fmi, se si fosse attenuata la politica di austerità e si fossero adottati da subito obiettivi più credibili, la situazione economica greca non sarebbe precipitata come è avvenuto. Questo avrebbe però richiesto ulteriori finanziamenti, che né il Fmi, né l’Ue erano disposti a concedere.

Fatta questa autocritica, parte l’affondo sulla Commissione europea, accusata di aver badato molto più a contenere il contagio ad altri paesi dell’Eurozona che a risolvere il problema greco e di essere più attenta all’applicazione delle regole interne all’Ue rispetto all’identificazione di riforme strutturali per sostenere la crescita. In questo modo, la Commissione ha guadagnato tempo per costruire degli sbarramenti al contagio della crisi nell’Eurozona, ma ha sacrificato la Grecia, cui peraltro non vengono risparmiate forti critiche.

Il Fondo assesta anche un altro colpo alla Commissione, dicendo esplicitamente che il ritardo nella ristrutturazione del debito pubblico greco è stato anche determinato dalla resistenza di alcuni paesi europei, le cui banche erano cariche di titoli di Stato ellenici. Così, il debito greco è rimasto invariato, ma sulle spalle del Fmi e dei contribuenti europei e non di banche e hedge fund. Cosa più volte denunciata su queste pagine, a partire da Mauro Bottarelli. Per chi non lo ricordasse, le banche in questione erano soprattutto francesi e tedesche.