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RCS/ Napolitano e azionisti Fiat le nuove "vittime" della guerra del Corriere

Marchionne definisce strategico l’impegno di Fiat in Rcs, mentre Diego Della Valle coinvolge Napolitano nello scontro per il controllo del Corriere. Il commento di AUGUSTO LODOLINI

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Rcs è strategica, altrimenti non avremmo investito tanto”. Questa affermazione un po’ tautologica di Sergio Marchionne, sotto la sua apparente banalità nasconde una fitta serie di questioni. Intanto sottolinea che l’investimento è cospicuo, nonostante la Rcs sia un’azienda dal futuro problematico e per di più in una fase decisamente critica del mercato in cui opera la Fiat. Marchionne anticipa la risposta a questa possibile obiezione dichiarando che si tratta di un investimento strategico, ma aprendo così alla domanda essenziale: strategico per chi? Se non ricordo male, qualche anno fa a una domanda simile Marchionne rispose, grosso modo, che la Fiat fa automobili, non giornali, e automobili mi sembra continui a fare, sia pure con qualche difficoltà.

Almeno dal di fuori, risulta difficile individuare spazi di integrazione, orizzontale o verticale, che possano far definire strategico un tale investimento. Anche perché ci si potrebbe aspettare che l’azienda torinese concentri tutti i suoi sforzi sull’acquisizione di ulteriori quote in Chrysler, questa sì una questione strategica fondamentale, come lo stesso Marchionne ha riconfermato in questa occasione. Dato il progressivo spostamento negli Stati Uniti del centro degli interessi Fiat, si sarebbe potuto considerare strategico, forse, un investimento nel New York Times, ma il Corsera è rilevante solo in Italia, un Paese ancora importante per la Fiat, ma soprattutto per ragioni “affettive”.

Contemporaneamente alla dichiarazione di Marchionne, Gianluigi Gabetti, presidente onorario di Exor, ha affermato che “John ci sa fare, Rcs è in buone mani”, dando così la vera chiave di lettura dell’intera operazione, che è in effetti strategica, ma per la famiglia Agnelli, non per la Fiat. Riesce infatti difficile vedere l’apporto fondamentale di John Elkan al risanamento dell’azienda che suo nonno, l’Avvocato, aveva portato al fallimento, nonostante i massici aiuti pubblici, cioè dei contribuenti. Se la Fiat si è salvata e può ora giocare un ruolo sul piano internazionale, sia pure tra mille difficoltà e in modo ancora non completamente saldo, ciò è merito di Sergio Marchionne; agli Agnelli si può attribuire tutt’al più il merito di averlo lasciato fare.

È probabile che Elkann sappia molto di più dell’azienda editrice della Stampa, per la quale l’investimento in Rcs è del tutto strategico, data la possibilità di fusione dei due quotidiani, che darebbe luogo a un vero leader nella stampa nazionale, senza dimenticare la Gazzetta dello Sport. Sembrerebbe questo il nuovo vero interesse della Famiglia, tenendo conto che Elkan è recentemente entrato nel cda della News Corp di Rupert Murdoch.

Tutto bene, se la Fiat fosse degli Agnelli, ma la Fiat non è degli Agnelli, anche se costoro cercano di farlo credere e, evidentemente, ci sono in parte riusciti. La Famiglia è solo il socio di maggioranza relativa, ai limiti del 30%, per mantenere la quale senza incorrere nell’obbligo di una costosa Opa, ha condotto una operazione, l’equity swap del 2005, che ha portato alla condanna in Appello del suddetto Gianluigi Gabetti e dell’ex presidente dell’Ifil, Franzo Grande Stevens.


COMMENTI
09/07/2013 - L'indipendenza de Il Corriere (Giuseppe Crippa)

Da italiano condivido l’auspicio di Lodolini che Napolitano si astenga dal prendere posizione nella contesa per il controllo di RCS (per la precisione dovremmo dire per il controllo del Corriere della Sera) ma da piccolo azionista FIAT non condivido affatto il suo invito, giustificato con argomenti discutibili, a che la società fondata nel 1899 da un gruppo di imprenditori piemontesi tra i quali – con una quota minoritaria – Giovanni Agnelli, si astenga dal tentativo di controllare RCS. Comunque Lodolini e Della Valle stiano tranquilli: l’indipendenza dei giornalisti del Corriere non sarà minore di quella, garantita dal direttore Mario Calabresi, dei giornalisti de La Stampa. Quanto a quella della Gazzetta dello Sport, non ci sono problemi: là non ci sono giornalisti degni di questa qualifica.