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IL CASO/ La “profezia” di Keynes che spaventa i lavoratori

AUGUSTO LODOLINI continua il commento sull’analisi di The Economist sui riflessi dello sviluppo tecnologico sull’occupazione e sulla necessità di un affronto strategico della questione

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Nel precedente articolo sul servizio di The Economist circa i rischi posti all’occupazione dall’innovazione tecnologica mettevo in luce il sottofondo pessimistico dell’analisi condotta dal settimanale inglese. In effetti, la previsione che circa il 47% dei lavori attuali sarà sostituito da marchingegni tecnologici nel giro di vent’anni, secondo uno studio dell’Università di Oxford, sembra mettere in dubbio la probabilità che si verifichino ancora i notevoli progressi assicurati in passato dalla tecnologia.

D’altro canto, appare impossibile rinunciare all’innovazione tecnologica, che è anzi costantemente richiesta per aumentare la produttività e facilitare così l’uscita dall’attuale crisi. Suonerebbe poi un po’ paradossale ritornare a considerare la tecnologia una calamità da allontanare, come all’inizio della Rivoluzione industriale, anche se The Economist ricorda che “L’innovazione, elisir del progresso, ha sempre fatto perdere posti di lavoro alle persone”. In passato ciò è avvenuto solo per un certo periodo, cui poi è seguito un incremento della occupazione e una ridistribuzione del reddito a favore del lavoro. Ma proprio sul ripetersi di questo processo sorgono ora dubbi.

Molto opportuno appare, perciò, l’invito a governi e politici a occuparsi della questione al più presto e con una visone strategica. Non si tratta solo di prevedere strumenti per limitare il calo dell’occupazione, magari aumentando artatamente i posti di lavoro, magari nella Pubblica amministrazione, ma di riconsiderare a fondo il ruolo dell’innovazione tecnologica nel prossimo e meno prossimo futuro.

Un primo punto riproposto dall’analisi riguarda una revisione radicale della concezione del lavoro e delle sue regole, dibattito particolarmente difficile in Italia, dove si tende tuttora a ragionare per posti di lavoro fissi, considerando il lavoro una variabile indipendente, salvaguardata dall’essere posto nella definizione costituzionale della stessa nostra Repubblica.

The Economist fa presente che all’inizio del secolo scorso il “computer” era un lavoratore, o un gruppo di lavoratori, che facevano gli stessi calcoli matematici a mano, o successivamente con calcolatrici. Si può aggiungere che vi erano anche sale piene di segretarie che battevano a macchina, in un numero considerevole di copie, tutto ciò che ora ciascuno di noi fa personalmente al computer, inviandole via mail in tempo reale a quante persone vuole. Secondo gli analisti, le trasformazioni derivanti dalle future innovazioni tecnologiche saranno enormemente più drammatiche, mentre noi siamo ancora qui ad affrontare il digital divide, sia quello generazionale, sia quello che separa i cosiddetti paesi sviluppati dagli altri.