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SPILLO/ Il risiko del gas che rischia di far diventare l’Italia una "cameriera"

Il governo italiano sembra voler privilegiare il Tap, concorrente del South Stream a conduzione russa. Le conseguenze su forniture di gas e politica internazionale. Di AUGUSTO LODOLINI

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Le recenti dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, sulla minore importanza strategica del gasdotto South Stream rispetto al concorrente Tap hanno portato alla ribalta un mondo finora prevalentemente riservato agli addetti ai lavori e affollato di nomi e sigle a volte evocative: Nord Stream, South Stream, Blue Stream, Tap, Tanap, Poseidon, Nabucco, Transmed, Galsi, e via dicendo.

Una rete di gasdotti ha essenzialmente due obiettivi: assicurare un sufficiente e costante rifornimento di gas e differenziare le fonti, sia per questioni economiche che di sicurezza. Sono evidenti gli aspetti politici della questione, essendo il gas, come il petrolio, un elemento fondamentale per le economie moderne e, quindi, altrettanto importante nelle relazioni tra Stati, tanto più che la produzione di idrocarburi è concentrata in aree non proprio “tranquille”.

L’Unione europea è forte importatrice di gas e circa un 30% proviene dalla Russia, in gran parte attraverso i gasdotti che passano per l’Ucraina. Da quando Kiev è diventata indipendente, questa è stata considerata dai russi una pericolosa strozzatura per le loro esportazioni, pur rappresentando un’arma nelle loro mani, come dimostra l’attuale crisi. Per questo motivo, la Russia, attraverso la statale Gazprom, ha deciso la programmazione di due altri gasdotti: il Nord Stream e il South Stream.

Il Nord Stream è operativo dalla fine del 2011 con il primo gasdotto e dal 2012 con la seconda parallela pipeline, ha una capacità di 55 miliardi di mc di gas e collega Russia e Germania attraverso il Baltico. Saipem e Snam hanno partecipato a progettazione e lavori. Il gasdotto è molto importante non solo per la Russia, ma anche per la Germania, che dipende da Mosca per circa il 30% del suo fabbisogno. Non a caso ai vertici della società che gestisce Nord Stream, controllata al 51% da Gazprom, siede Gerhard Schroeder, che vi è arrivato subito dopo la fine del mandato come Cancelliere.

Il progetto South Stream vede fin dall’inizio Eni tra i protagonisti, con un 20% nel capitale della società, controllata anch’essa da Gazprom con il 50%. Attraverso Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, il gas arriverebbe in Austria e da qui in Italia attraverso il Tag (Trans Austria Gasleitung, che già ci porta il gas russo dall’Ucraina). La portata dovrebbe essere di circa 60 miliardi di mc e, quindi, i due gasdotti renderebbero limitato, se non marginale, il ruolo dell’Ucraina.

Bruxelles, da sempre fredda nei confronti del progetto, dopo la crisi in Ucraina si oppone apertamente, mettendo in seria difficoltà Bulgaria e Serbia, paesi molto interessati al gasdotto e ora sotto pressione dell’Ue, di cui la prima è membro e la seconda candidata a entrare. L’Ungheria ha invece deciso di continuare con il progetto, guadagnandosi nuovi rimbrotti da Bruxelles.

La posizione del ministro Guidi è stata preceduta da una fredda dichiarazione dell’Ad di Eni, Claudio Descalzi, sull’indisponibilità del suo gruppo ad aumentare gli investimenti nel caso che il costo dell’opera aumentasse e di essere pronto a cedere la quota in South Stream. Secondo Descalzi, ciò non comprometterebbe comunque l’importante contratto di Saipem.