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REPORT vs GUCCI/ Ma la Mercedes prodotta da turchi e serbi non è un problema...

L’ultima trasmissione di Report ha visto un’inchiesta su Gucci che pone in cattiva luce l’azienda, come già avvenne per Moncler una paio di mesi fa. Ma cui prodest? AUGUSTO LODOLINI

Milena Gabanelli (Infophoto) Milena Gabanelli (Infophoto)

Nell’ultima puntata di Report, su Rai 3, Milena Gabanelli ha replicato con Gucci quanto aveva già fatto nello scorso novembre con Moncler. Allora i punti principali di denuncia furono la delocalizzazione della produzione perfino in Transnistria, lo Stato autoproclamato dalla minoranza russa in Moldavia, e le crudeli procedure utilizzate per togliere alle oche le piume con cui vengono fatti i piumini per i quali è famosa l’azienda italiana. Malgrado la decisa replica della Moncler, con la negazione di tutte le accuse e la minaccia delle usuali querele, il titolo subì un forte ribasso in Borsa e vi fu un rimaneggiamento nei vertici aziendali.

Nel caso di Gucci, i maltrattamenti alle oche sono stati sostituiti dalle pesanti condizioni di lavoro imposte da subfornitori a lavoranti cinesi impiegati nella produzione delle borse. Questa grave accusa ha suscitato, tra l’altro, la sdegnata reazione del governatore della Toscana, Enrico Rossi, che, con una serie di tweet, ha immediatamente difeso la Regione dall’accusa di non aver effettuato controlli, definendo la Gucci un’azienda seria e il giornalismo di Report simile a un’azione di “pirateria” che, per fare audience, manda all’aria il lavoro di anni e alimenta l’industria dell’anti-politica e dell’anti-lavoro nel Paese.

Il problema dei lavoratori cinesi si inserisce nella più ampia accusa a Gucci di sfruttare il lavoro dei subfornitori e a prova di ciò viene portata l’enorme differenza tra il prezzo di una borsa in negozio, circa 800 euro, e i 24 euro pagati al laboratorio che la confeziona.

Nel suo comunicato, la Gucci contesta le accuse della Gabanelli, affermando di produrre il 100% in Italia dando lavoro a più di 7000 addetti, di cui il 90% italiani, attraverso 576 società anch’esse italiane. L’azienda nega ovviamente di aver autorizzato, o addirittura suggerito, sfruttamenti di alcun tipo e, per quanto riguarda il prezzo, fa presente che i 24 euro si riferiscono a una singola fase produttiva di assemblaggio parziale. Per arrivare al prezzo al negozio, vi sono una serie di altri passaggi, dal costo delle materie prime alla logistica, che possono anche moltiplicare per 25 volte il costo indicato nella trasmissione.

Milena Gabanelli ha replicato a sua volta, confermando tutti i rilievi mossi e dicendosi pronta a consegnare il materiale a sostegno alla magistratura. Ha inoltre rigettato l’accusa di aver basato tutto su sole tre aziende, per di più scelte ad hoc.

Sulla questione dei lavoratori cinesi c’è poco da dire se non augurarsi che gli organi di controllo accertino quanto prima le eventuali violazioni delle norme sul lavoro, sui contributi e fiscali. Inoltre, si dovrà verificare se, come sostiene Report, l’impiego di lavoratori cinesi può configurarsi come concorrenza sleale nei confronti dei subfornitori italiani, una specie di “delocalizzazione in loco”, senza i costi e rischi di uno spostamento reale della produzione. Sarà anche interesse della Gucci, al di là delle dichiarazioni, verificare e poi comunicare la reale situazione, se non altro perché sarebbe controproducente trincerarsi dietro un generico “non sapevamo”.


COMMENTI
23/12/2014 - commento (francesco taddei)

a che pro? solamente per far sapere alla gente un po' di verità! l'azienda è guidata dal profitto (si chiama capitalismo), però c'è chi cerca di massimizzare i guadagni senza rispetto dei lavoratori e nascondendo la verità per vendere meglio. portarlo alla luce si chiama fare giornalismo. se il titolo cade e ve la prendete con chi fa il proprio dovere invece che con chi lo viola, bè allora...