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SOUTH STREAM/ Gazprom e la mossa che "spiazza" Eni e Saipem

Gazprom ha deciso di riacquistare le quote degli altri soci nel gasdotto South Stream, la cui costruzione è stata cancellata. Le conseguenze per Eni e Saipem. Di AUGUSTO LODOLINI

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La Russia di Putin ha definitivamente chiuso la vicenda del gasdotto South Stream con la decisione del socio di riferimento, la statale Gazprom, di riacquistare le quote di Eni (20%), della francese Edf e di una consociata della tedesca Basf (entrambe al 15%). Una decisione che può essere commentata almeno sotto tre profili.

Un primo aspetto è dato dalle conseguenze sulle società direttamente coinvolte nel progetto, come le italiane Eni e Saipem, che aveva vinto lavori per 2,4 miliardi di euro. Per l’Eni non sembrano esservi particolari problemi, dato che rientrerà dell’intero investimento azionario, compresi gli interessi, per una cifra tra i 300 e i 400 milioni di euro. Il vertice Eni è sembrato negli ultimi tempi abbastanza freddo nei confronti del progetto, forse in conseguenza della negativa posizione Ue, apparentemente condivisa dal nostro governo, o per i costi del gasdotto ritenuti non più convenienti, anche per le dimensioni un po’ eccessive del progetto, con una capacità pari a più di un terzo delle attuali importazioni europee di gas russo. Di più, in una situazione di stagnazione della domanda e di calo dei prezzi. La domanda è, tuttavia, quanto questo influenza le possibilità per Eni di sviluppo in Russia.

Più serio il problema per Saipem, perché la perdita di queste importanti commesse avviene in un anno che si presenta già non facile. A quanto pare, il contratto prevede forti penali che possono limitare i danni finanziari, ma che difficilmente riusciranno a ripagare quelli economici e le perdite derivanti dal fermo dei mezzi navali, non facili da reimpiegare a breve in questa situazione di crisi generalizzata. Una conseguenza positiva per molti, compreso chi scrive, è che il vertice Eni è stato costretto a sospendere la messa in vendita della sua quota in Saipem e anche il governo dovrà rivedere la decisione di mettere sul mercato ulteriori quote di Eni, come già ha accennato il premier Renzi.

Sotto il profilo energetico, non dovrebbero esserci rilevanti conseguenze sulle forniture nel breve termine, a meno di forti sommovimenti in altre aree di produzione, come in Nord Africa. D’altra parte, South Stream sarebbe stato produttivo non prima di tre/quattro anni, come l’altro gasdotto sponsorizzato dal nostro governo, dall’Ue e dagli Usa: il Tap, che dovrebbe portare in Europa il gas azero. Nonostante i loro contrasti, Ucraina e Russia sono costrette a trovare un accordo, la prima per non rimanere al freddo, la seconda per poter esportare il suo gas in Europa. Infatti, si è raggiunto un accordo che copre le forniture fino a marzo.

L’Ue sta anche spingendo per una maggiore integrazione dei gasdotti all’interno del suo territorio, in particolare quelli dal Nord al Sud, per rendere più efficiente la distribuzione del gas, e la costruzione di una serie di rigassificatori che permettano di utilizzare maggiormente il gas liquido importato via nave; da qui l’interesse degli Usa, che pensano di poter esportare in futuro il loro gas di scisto.