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GEO-FINANZA/ Le 4 "basi" per la guerra del petrolio

L’attuale guerra del petrolio sembra condizionata in modo particolare da fattori finanziari e geopolitici, rendendo difficile, anche se urgente, trovare una via d’uscita. AUGUSTO LODOLINI

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La situazione complessa, per certi versi caotica, in cui versa il mercato petrolifero è stata ben illustrata recentemente da Mauro Bottarelli su queste pagine. Vorrei aggiungere che la confusione parte addirittura dai prezzi del petrolio, cioè il dato su cui si fonda l’attuale “guerra del petrolio”, perché esistono almeno tre tipologie di prezzo.

Il primo è quello ormai frequentemente citato anche sulle testate non specializzate, quel prezzo che oscilla tra 40 e 50 dollari al barile, dimezzato rispetto ai massimi del 2014. È un indicatore fondamentale per i contratti spot o future trattati alle Borse di New York e Londra, un benchmark calcolato da società finanziarie tra le quali la più importante è l’americana Platts che, come Standard & Poor’s, fa parte di McGraw Hill Financial Inc, socio di maggioranza nell’indice borsistico S&P Dow Jones.

Questi prezzi hanno oscillato fortemente all’interno dello stesso 2015, con un minimo attorno ai 40 dollari e un massimo sopra i 60, oscillazioni da prodotto finanziario più che da materia prima fondamentale per la cosiddetta economia reale. Qualche commentatore comincia, infatti, a chiedersi se le dimensioni dell’attuale sovrapproduzione di petrolio giustifichino un crollo simile nei prezzi e tali forti oscillazioni.

I prezzi stabiliti dalla Platts sono simili ai prezzi di chiusura della Borsa, che non dicono molto sui reali prezzi di acquisto delle azioni nel corso della giornata. Ecco quindi la seconda tipologia, il prezzo reale di acquisto del petrolio da parte dei compratori, che senza dubbio ha un punto di riferimento nei suddetti indici, ma che è soggetto a diverse altre condizioni. Questi altri fattori possono portare a variazioni nel prezzo reale consistenti e diverse da Paese a Paese, influenzate anche dalle politiche commerciali dei Paesi esportatori, come risulta dagli esempi citati da Bottarelli riguardo all’Arabia Saudita, ma certamente estendibili a molti altri Paesi.

È da tener presente poi che il prezzo del petrolio è fissato in dollari e il prezzo reale è soggetto, perciò, alle variazioni di questa valuta, la cui recente rivalutazione ha contrastato in modo non marginale il crollo del prezzo per le importazioni dell’Eurozona o del Giappone.

L’Italia è un Paese netto importatore di petrolio, e di gas naturale, e diventa quindi essenziale sapere quali sono i prezzi effettivi ai quali il petrolio viene importato, quali risparmi si sono generati nei costi di produzione di energia e in che misura tali risparmi sono stati trasmessi fino agli utenti finali. Dopo un anno di ribassi, sarebbe interessante vedere come sono variate, per esempio, le bollette dell’energia elettrica o del gas nelle varie regioni italiane, o se anche in Italia vi sono stati i vistosi ribassi nei prezzi della benzina verificati altrove.

Vi è poi una terza tipologia di prezzo del petrolio, anch’essa collegata più che alla materia prima alla finanza, questa volta degli Stati produttori: il prezzo di pareggio fiscale. Con questa espressione si intende il prezzo del petrolio che consente a uno Stato, con gli introiti derivanti dalla esportazione, di mantenere in equilibrio il suo bilancio e intatti i suoi investimenti economici e sociali.