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GEO-FINANZA/ Così il nuovo giacimento Eni cambia il Medio oriente

Claudio Descalzi, ad di Eni (Immagine dal web)Claudio Descalzi, ad di Eni (Immagine dal web)

Uno dei primi riflessi di questa nuova situazione potrebbe essere la revisione degli accordi che erano in via di discussione con Israele, che ha in programma di esportare il gas naturale che verrà estratto, nel giro di un triennio, dal giacimento offshore Leviathan, le cui riserve sono stimate a circa un terzo di quelle di Shorouk. Ma potrebbero esserci anche cambiamenti nei rapporti con altri produttori di gas, come gli Stati del Golfo.

Perciò, e questo è il terzo aspetto, almeno a breve termine, sembra improbabile che il ritrovamento dell'Eni possa servire all'Italia per differenziare significativamente le proprie fonti energetiche. Anche se Descalzi ha parlato della intenzione di utilizzare l'impianto di liquidificazione di Damietta, cogestito dall'Eni e ora inattivo per mancanza di gas, per produrre gas liquido da esportare.

Rimane però intatto per l'Italia il potenziale politico-economico della consistente presenza dell'Eni in Egitto, il primo Paese straniero in cui il Gruppo ha incominciato ad operare già nel 1954. Matteo Renzi sembra aver colto questa opportunità, ma occorre evitare un semplice interesse di facciata, politico in senso deteriore. Ciò che necessita è una vera e propria strategia industriale, area in cui i nostri politici non sembrano particolarmente adeguati, ma che è essenziale soprattutto in campo energetico. Sarà bene ricordare che il nostro mix è proprio sbilanciato verso il gas naturale. L'Eni ha dimostrato in passato, e sta ancora dimostrando, di avere una propria politica industriale, dalla quale potrebbe essere interessante anche per il Paese partire.

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