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FINANZA/ Fiat Industrial con Cnh, un'altra sconfitta per l’Italia

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Sergio Marchionne (Infophoto)  Sergio Marchionne (Infophoto)

FIAT INDUSTRIAL E CNH: E' FUSIONE. Con una mossa non del tutto inattesa, il gruppo Fiat Industrial ha proposto un’integrazione alla propria controllata americana, con l’88%, Cnh attiva nel settore delle macchine agricole. Tecnicamente Cnh e Fiat industrial conferiranno le proprie attività a una newco olandese che avrà il “primary listing” sul mercato americano e un “secondary listing” in un mercato europeo non meglio specificato. Le ragioni finanziarie che porteranno alla fusione sono diverse e di buon senso. Cnh, infatti, oggi è un titolo illiquido controllato da una società europea che fa un altro mestiere, mentre essere quotati sul mercato italiano oggi è un innegabile minus in termini di riconoscimento di multipli da parte degli investitori, oltre che “anomalo” data l’assenza di società equiparabili.

Dal punto di vista del “sistema Italia”, invece, questa operazione è l’ultima di una lunga serie di sconfitte che per di più non sembra nemmeno finita. La galassia Agnelli-Elkann-Exor con ogni probabilità partorirà la fusione di Chrysler con Fiat con verosimile spostamento di sede e mercato di quotazione principale negli Stati Uniti. Nello specifico a Marchionne è riuscita l’impresa di prendere una società italiana (la vecchia Fiat) e trasformarla in due società americane con una filiale in Europa; i sindacati e il governo (forse) che oggi bussano alla porta di Torino, domani dovranno prendere un aereo per parlare con una società che deve rispondere alle ragioni di mercato e di creazione di valore di investitori internazionali (facciamo gli auguri più sentiti).

Nel frattempo John Elkann si è lanciato in dichiarazioni importanti del tipo “Exor continuerà a investire in Italia, ma ci deve essere la volontà del Paese”. Posto che l’Italia deve offrire un ambiente competitivo alle imprese e che da questo punto di vista molto deve essere fatto, le azioni di Fiat negli ultimi anni non sembrano andare in questa direzione e se si escludono gli investimenti nella Juventus (cospicui) non rimane molto.

Dal punto di vista generale, invece, si constata un trend molto preoccupante. Prada, che sarebbe l’esempio massimo del lusso italiano, si è quotata a Hong Kong e Versace pare mediti di seguirla; Parmalat, che sarebbe uno degli esempi massimi dell’alimentare italiano, è stata “opata” da una società francese che ha un livello di trasparenza sui propri numeri che molti reputano insufficiente e si è lanciata in un’operazione che, a parte pareri sicuramente disinteressati degli advisor, sembra strapagata (il doppio?) e funzionale solo alle logiche finanziarie di Lactalis. Unicredit e Intesa si sono vendute le quote nel London stock exchange derivanti dalla fusione con borsa italiana.



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COMMENTI
30/05/2012 - non diciamo io ma noi (francesco taddei)

io tutta questa fiducia sugli anglofrancoamerocinesi per onestà trasparenza e democracy non ne ho tanta quanta l'autore. per invertire la tendenza del declino non basta un buon primo ministro, occorre tornare a parlare alle coscienze di comunità nazionale, spirito di corpo e interesse nazionale. potremmo scoprire che il popolo italiano è più intelligente di come lo dipingono.

 
30/05/2012 - Che invece sanno benissimo dove stanno di casa (Fabrizio Terruzzi)

"magari cinesi...che sicuramente certe cose non sanno neanche dove stanno di casa". Che invece sanno benissimo dove stanno di casa e le praticano con la dovuta disinvoltura e benedizione delle autorità. Non solo quelle cinesi, ma anche quelle francesi e tedesche. Non posso dire di più ma potrei dettagliare. La nostra follia è di lasciar gestire queste cose dalla magistratura che nel suo furore inquisitorio rischia di tarpare le ali a industrie fondamentali per l'Italia.

RISPOSTA:

Il post scriptum era sarcastico e mi ritrovo completamente nel commento di Terruzzi; per il resto l’acquisizione di Parmalat, la fusione di Fiat Industrial, la cessione delle quote in LSE così come Finmeccanica, Ansaldo, Ducati e Versace sono questione di questi mesi per cui mi rivolgo al presidente del consiglio in carica che pur ha ricevuto un conto presentato anche dai Governi precedenti. (Paolo Annoni)

 
30/05/2012 - Prima capitalisti, poi italiani (ed è giusto così) (Giuseppe Crippa)

Dato che credo all’efficienza dei mercati, non avrei dovuto leggere l’ultima parte dell’articolo ed ancor meno il post scriptum, ma non mi sono trattenuto… così come non mi trattengo dal dire che Monti non c’entra per niente con le recenti “sconfitte” del capitalismo italiano. Ragionando in questo modo l’articolista avrebbe dovuto, due anni fa, addebitare a Berlusconi la colpa delle sconfitte della nazionale ai mondiali invece di addebitarle alle scelte di Lippi e alle prestazioni dei giocatori. Gli ricordo invece che abbiamo i capitalisti e gli imprenditori che ci meritiamo, e che uno di essi ha pure rivestito per vent’anni la duplice casacca di imprenditore e di politico. Quanto alla proposta che il governo si liberi di Eni, non mi sembra esattamente in linea con le tesi sostenute nell’articolo: le responsabilità della proprietà e quelle del management sono diverse: paghi soltanto chi ha sbagliato (se ha sbagliato ovviamente)