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SCUOLA/ Voto in condotta: è tornata la severità in classe?

È certamente prematuro dire se sia effettivamente tornata la severità grazie agli interventi del ministro Gelmini. In effetti i giovani hanno bisogno di adulti autorevoli, hanno un “disperato” bisogno di regole, certamente non fini a se stesse, ma come alveo entro cui percorrere un cammino che abbia un senso e che conduca a mete interessanti

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In questi ultimi mesi si fa un gran parlare del voto di condotta, che da quest’anno scolastico fa media e può pregiudicare la promozione qualora sia inferiore a sei. Poteva sembrare solo una delle solite minacce prive di conseguenze; invece, a scrutini del primo quadrimestre ormai conclusi, sui quotidiani riecheggia la notizia che è stata attribuita una vera e propria “pioggia” di 5 in condotta, insieme ad un consistente incremento delle insufficienze in generale.

E’ tornata la severità a scuola? E’ finito il tempo del “vietato vietare”? Certamente è prematuro affermarlo con certezza, però sicuramente qualcosa si sta muovendo…Secondo il Ministro Gelmini, infatti, “molti presidi segnalano che da quando è stato reintrodotto il voto in condotta, gli studenti sono più accorti e rispettosi, con i professori e con i compagni” (Corriere della Sera, 2 febbraio 2009).

Dichiarazioni del ministro…Come sempre c’è chi dubita, citando il proverbio dell’oste che elogia il proprio vino. Eppure non dovremmo essere molto lontani dalla verità, perché l’escalation di bullismo che ha caratterizzato la scuola italiana di questi ultimi anni altro non è se non una forte richiesta di recupero, da parte dei giovani, di quella autorevolezza degli adulti che dal ’68 in poi, in nome del buonismo, dello spontaneismo, del rifiuto delle regole “borghesi”, è stata accantonata e dimenticata.

I giovani hanno bisogno di adulti autorevoli, hanno un “disperato” bisogno di regole, certamente non fini a se stesse, ma come alveo entro cui percorrere un cammino che abbia un senso e che conduca a mete interessanti. Lasciati a se stessi, privi di punti di riferimento certi, vengono sopraffatti dai propri istinti e dal disgusto per una realtà che pare non promettere nulla di certo e affascinante.

Si obietterà che l’autorevolezza non dipende dal voto di condotta, ed è vero. Però in questi anni sono stati progressivamente tolti ai docenti tanti strumenti che possono aiutare ad esprimerla, complici sventurate normative ministeriali (come lo “statuto delle studentesse e degli studenti”) che –come scriveva Scurati sul Corriere di qualche settimana fa- hanno trasformato la scuola in un negozio dove il figlio è il cliente da soddisfare” e il rapporto docente/discente in una pantomima del politicamente corretto.

Si dirà pure che l’autorevolezza non ha bisogno di questi strumenti, perché quello che vale è il carisma, il fascino dell’insegnante, la sua intima convinzione e preparazione professionale. Non è così! Se tali aspetti sono e restano importanti, ciò non toglie tuttavia l’utilità degli strumenti (compresi quelli punitivi). Non bisogna farsi ingannare dai vari distinguo di docenti e dirigenti – che spesso hanno solo fondamento politico- e dalle reazioni avverse di talune associazioni studentesche, preoccupate perché “il voto di condotta rischia di trasformarsi sempre di più in uno strumento punitivo.”

E allora? Cosa c’è di male se si punisce? Quando in una famiglia qualche figlio ne combina una, magari grossa, non lo si punisce forse? Da che cosa capirà, il giovane, che certi comportamenti hanno delle conseguenze negative per sé e per gli altri, se nessuno si fa carico della fatica di farglielo notare, magari predisponendo –insieme al dialogo- degli atti di riparazione? Davvero, come scrive Michele Brambilla su “il Giornale” di oggi, “siamo una generazione traumatizzata dalla paura di traumatizzare i figli”?

Ecco, in questi ultimi decenni la parola punizione è stata demonizzata, quasi fosse una violenza gratuita o un atto necessariamente dannoso. Invece non è così; certamente la punizione deve essere proporzionata e ragionevole, oltre che comprensibile e adeguata ai tempi; non si usa più la canna per le punizioni corporali o i ceci per stare inginocchiati dietro la lavagna….Però, accidenti, lasciateci almeno dare il 5 in condotta a chi lo merita; a chi lo “chiede”, direi, perché ha bisogno di rendersi conto che c’è ancora una mano ferma che lo guida e qualcuno che ha a cuore la sua educazione e, dunque, la maturazione della sua persona.

Nel rapporto educativo genitori-figli, docenti-alunni, educatore-educando, ci sono tanti aspetti: il fascino, lo spessore umano e professionale dell’adulto, il dialogo, ecc., ma anche la fermezza e la chiarezza delle regole, insieme agli strumenti perché tutte queste cose possano esprimersi adeguatamente. E poi c’è il rischio: il rischio di sbagliare, il rischio di non capire e la libertà dell’adulto come del giovane. Fuori da questo, ci sono solo le chiacchiere dei benpensanti e la inarrestabile spirale di violenza e cinismo che sta trascinando i nostri giovani verso atteggiamenti di ribellione e di sfida che, non compresi, sono molto spesso una disperata domanda di aiuto.

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COMMENTI
06/03/2009 - Probabilmente no, ma la scuola ... (Claudio Celli)

Mi sembra che voler ricondurre la capacità della nostra scuola di essere realmente formativa, alla pretesa di autorevolezza derivata da un uso più severo del voto in condotta, sia semplicistico e riduttivo. La nostra scuola, e principalmente la scuola pubblica, è svilita da decenni (ormai decenni!) di carenze di risorse e strutture, di delegittimazione del ruolo, di schizofrenia normativa (riforme, controriforme, contro-controriforme). Che attrazione possono avere sugli studenti strutture fatiscenti, personale sottopagato e demotivato, programmi spesso legati ai paradigmi culturali di più di un secolo fa? Oltre a questo spesso la scuola si trova di fronte a ragazzi già de-strutturati dalla famiglia e sopratutto dai modelli culturali veicolati dai mass-media, contro cui la scuola è ormai totalmente impotente e disarmata. Io penso, in questo confortato dall'esperienza di padre, che non è certo il voto in condotta lo strumento che restituirà autorevolezza alla scuola. Forse sarebbe meglio restituirle il rispetto che deriva dal riconoscimento del suo valore sociale con fatti concreti: istituzionali, economici, culturali. Concordo invece sul fatto che "i no che fanno crescere" siano essenziali, ma mi sembra talmente scontato ed ormai insito nella prassi pedagogica, magari non sempre e ovunque applicata, che volerlo contrabbandare come una conquista o una riconquista sia quasi paradossale. Occorre invece che proprio la famiglia sia sostenuta perché ne possa riconoscere il valore.

 
04/03/2009 - Principio di realtà (alberto fornari)

Se non puniamo più è perchè abbiamo abbandonato il più basilare ed evidente dei principi, quello di realtà. Dove appare chiaro che ad ogni azione corrisponde una reazione, ad ogni scelta una conseguenza. Solo un uomo malato di onnipotenza può pensare di eludere questo principio, ed è proprio quanto accade a noi adulti oggi. E di conseguenza ai nostri ragazzi, che arrivano a non rendersi conto neppure delle più elementari conseguenze dei loro gesti, come il fatto che a cospargere un barbone di benzina e dargli fuoco si commette un omicidio. La realtà per fortuna è molto testarda e se ci si sbatte contro costringe a riflettere. Se interponiamo il nostro buonismo tra i giovani e la realtà li priviamo proprio della possibilità di riflettere su se stessi. La funzione dell'educatore è invece quella di agevolare questo impatto con la realtà, offrendo la propria (dell'educatore) esperienza come percorso possibile. La punizione è un elemento di questo percorso, non l'unico ovviamente, ma assolutamente imprescindibile perchè è connesso con il riconoscimento del male. E il male esiste.

 
03/03/2009 - Non siamo mai stati nè buonisti nè spontaneisti (Anna Baroni)

Ho sempre insegnato alle scuole medie, per cui queste mie considerazioni rigurdano solo questa fascia di scuola dell'obbligo. Da quando insegno (1994) ho conosciuto professori più o meno impegnati, più o meno preparati, più o meno carismatici : mai, proprio mai, nè nella scuola paritaria nè in quella statale, ho trovato "adulti che [...]in nome del buonismo, dello spontaneismo, del rifiuto delle regole borghesi" hanno accantonato e dimenticato l'autorevolezza. E neppure ci sono mai mancati gli strumenti per bocciare. Il problema è sempre stato l'opposto: come portare avanti (durante l'anno, sorreggendone il cammino, e in sede di scrutinio, cercando di valorizzare i pochi passi compiuti) studenti che avrebbero avuto tutte le carte in regola per essere fermati? Infatti chi insegna sa bene che per molti ragazzi è meglio accorciare piuttosto che allungare il percorso verso la formazione professionale; che spesso le bocciature non servono ad ottenere studenti migliori, anzi; che una classe che eredita uno o più bocciati rischia di vedere infranto il suo magari già precario equilibrio... E poi mi chiedo, che cosa accadrà alla fine di quest'anno? Dobbiamo pensare che tutti gli alunni che hanno avuto una o più insufficienza si ravvedano? Cadranno da cavallo e si convertiranno? O piuttosto non saremo costretti noi prof., pena la paralisi del prossimo anno scolastico, ad indietreggiare ed a trasformare molti dei nostri 5 in 6 politici, questi sì veramente da '68?