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SCUOLA/ Ridiamo l’educazione alla famiglia, l’inizio di una vera autonomia

Questa settimana vogliamo proporre alcune riflessioni a partire da un documento, probabilmente poco noto ai più, scritto quasi mezzo secolo fa. È un testo che sorprende per la chiarezza con cui esprime principi ancor oggi tanto attuali quanto inascoltati

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I genitori, poiché hanno trasmesso la vita ai figli, hanno l’obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come i primi e i principali educatori di essa. Questa loro funzione educativa è tanto importante che, se manca, può a stento essere supplita. [...] La famiglia è dunque la prima scuola delle virtù sociali, di cui appunto hanno bisogno tutte le società. [...]

Il compito educativo, come spetta primariamente alla famiglia, così richiede l’aiuto di tutta la società. Perciò oltre i diritti dei genitori e di quelli a cui essi affidano una parte del loro compito educativo, ci sono determinati diritti e doveri che spettano alla società civile, poiché questa deve disporre quanto è necessario al bene comune temporale. Rientra appunto nelle sue funzioni favorire in diversi modi l’educazione della gioventù: cioè difendere i doveri e i diritti dei genitori e degli altri che svolgono attività educativa e dar loro il suo aiuto; in base al principio di sussidiarietà, là dove manchi l’iniziativa dei genitori e delle altre società, svolgere l’opera educativa, rispettando — s’intende — i desideri dei genitori; fondare inoltre, nella misura in cui lo richieda il bene comune, scuole e istituti propri. [...]

I genitori, avendo il dovere e il diritto primario e irrinunciabile di educare i figli, debbono godere di una reale libertà nella scelta della scuola. Perciò i pubblici poteri, a cui incombe la tutela e la difesa della libertà dei cittadini, nel rispetto della giustizia distributiva devono preoccuparsi che le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza.

Così si esprimeva, nel lontano 1965, il Concilio Ecumenico Vaticano II, affrontando il delicato tema dell’educazione e della famiglia (Dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum educationis, del 28-10-1965).

Simili nei contenuti ad alcuni articoli della nostra Costituzione Repubblicana (artt. 30, 33), le dichiarazioni del Concilio mantengono inalterata tutta la loro attualità: a distanza ormai di mezzo secolo, infatti, esse non hanno ancora nel nostro Paese un pieno riconoscimento ed una piena attuazione, e ciò nonostante la legge 62/2000 abbia introdotto il concetto giuridico di Parità scolastica.

Eppure, oggi ancor più chiaramente di allora, tali affermazioni emergono in tutta la loro ragionevolezza; contengono infatti aspetti di convenienza che, particolarmente in questo tempo di crisi economica ed educativa, non possono più essere trascurati: il grande risparmio che le scuole paritarie garantiscono allo Stato e la possibilità di dar vita, finalmente in modo pieno, ad un sistema scolastico capace di valorizzare e armonizzare tutte le risorse educative della nostra società, facendole convergere nel contesto di un effettivo servizio pubblico.

Per far questo, però, occorre che ci si lasci definitivamente alle spalle il modello della “scuola unica di Stato” (che, al di là degli indubbi meriti storici, persiste oggi oltre ogni ragionevolezza), scegliendo fino in fondo la strada dell’attuazione del pieno diritto alla libertà di educazione riconosciuta ai soggetti che ne sono detentori, in primis ai genitori e alle famiglie. Non è la rivendicazione di un diritto di elite, ma la possibilità concreta di un bene per tutto il nostro Paese.

Vorremmo elencare, in merito, alcuni innegabili vantaggi fra i tanti che una reale parità scolastica, associata ad un’effettiva libertà di scelta educativa, apporterebbe:

Consentirebbe un’autonomia scolastica non formale che si eserciti sulle materie, sui programmi, e ancor più sulla cura delle persone, che è il fondamento di ogni educazione;

Raccoglierebbe la sfida di elaborare, con maggior efficacia, una cultura di sintesi capace di esaltare tutte le diversità, orientando positivamente il processo di “meticciato” in atto nella nostra società;

Permetterebbe una sana emulazione e confronto tra scuole, all’interno di regole generali fissate dallo Stato, per migliorare la qualità del sistema, eliminare le situazioni carenti, fare un uso adeguato delle risorse economiche e realizzare l’eccellenza;

Accelererebbe il processo di integrazione con altri sistemi scolastici europei (e non solo) improntati ad una effettiva integrazione statale-non statale;

Aiuterebbe le famiglie e i corpi intermedi a maturare la consapevolezza dei propri diritti e ad esercitarli creativamente;

Favorirebbe la formulazione di un patto educativo tra la famiglia, la scuola e i diversi soggetti sociali, culturali ed imprenditoriali, per realizzare liberi progetti educativi, dal momento che l’educazione è l’esito di una rete di relazioni tra soggetti educanti, una funzione “corale” e non semplicemente specialistica.

Esempi in atto di tutto questo già esistono, anche nel nostro territorio, e rappresentano un embrione di ciò che tutta la scuola italiana potrebbe essere. Occorre giungere, finalmente, a ragionare con serenità su questo tema per adottare soluzioni concrete e condivise, affinché ogni famiglia possa scegliere liberamente la scuola per i propri figli, all’interno di un servizio pluralistico e di qualità.

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