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SCUOLA/ Ivan (docente di paritaria): gli intellettuali dibattono, noi stiamo in classe

La lettera di IVAN FERRARI in risposta all’articolo di Michele Salvati sul Corriere della Sera del 13 ottobre. Oltre le discussioni, c’è chi porta avanti l’opera educativa

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Egregio prof. Salvati,

ho letto con alcuni colleghi a scuola il suo articolo sul Corriere del 13 ottobre e ho deciso di scriverle. Insegniamo in una scuola paritaria (io da alcuni anni, dopo una considerevole militanza nello stato, altri/e hanno insegnato, e insegnano, solo nella scuola paritaria) e desideriamo portare alcune considerazioni per contribuire al dibattito.

E' vero che alcune scuole paritarie (non tutte!) sono in notevole sviluppo e che è importante chiedersi perché. Validi insegnanti e professori sono abbondanti nelle scuole statali ma spesso non fanno la differenza. Avendo insegnato in entrambe le realtà scolastiche ritengo che ciò sia dovuto a "mancanza di identità". Per usare una metafora dico che una muta di ottimi cani da slitta non ottiene nulla se essi non "tirano" tutti nello stesso verso. Nelle scuole paritarie che funzionano è così: il corpo docente è coeso e "tira" dalla stessa parte.

Non è una questione di denaro (nessuno stipendio percepibile e percepito nelle scuole paritarie è lontanamente paragonabile a quelli erogati dallo stato), è invece una questione di motivazione: donne e - udite! - uomini scelgono (liberamente e coscientemente) un di meno di retribuzione per un di più di significato. In barba a quanti irridono o censurano tutto ciò, essi lo fanno perché ci credono. Non sono degli idealisti (non si fa quadrare un bilancio famigliare con gli ideali), sono estremamente realisti e credono, crediamo, che questo sia il nostro più utile contributo alla società. All'individuo, alla persona, perciò alla società. E' così che una vera opera formativa contribuisce a ricostruire il tessuto della vita sociale.

Mentre sul palco del dibattito pubblico crescono diagnosi e vesti lacerate (vedi, per esempio, su una recente prima pagina del Corriere della Sera l'articolo di Paolo Conti che intervista De Rita), e la  società va disgregandosi sotto i colpi assestati contro ogni identità da tanti intellettuali (questi sì idealisti) che poi pontificano di educazione persa, qualcuno ha messo mano all'opera educativa.

Il mio (nostro) non è uno sfogo, infatti siamo contenti, molto soddisfatti del nostro lavoro; ambiamo a guadagnare di più, ma senza lasciare il di più che abbiamo trovato e che contribuiamo a costruire con impegno ed entusiasmo. La mia (la nostra) è piuttosto una constatazione dall'interno.