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SCUOLA/ 2 milioni di ragazzi chiedono allo Stato meno "scuola" e più formazione al lavoro

Lo statalismo non è solo quello che sostituisce i servizi offerti dalla società con quelli centrali, ma anche quello che guarda alla persona in modo parziale. Lo dicono i dati sui “Neet” italiani. Ne parla MARCO LEPORE

formazione_prof-ragazziR375.jpg (Foto)

Si parla molto, in questi giorni di fine anno scolastico, di percentuali di promossi/bocciati, ammessi/non ammessi. Ogni anno, in questo periodo, se ne parla, e al di là dei ritocchi più o meno sostanziosi apportati al “pianeta scuola” dal ministro di turno, la sensazione è che nulla cambi mai per davvero, soprattutto in ordine a quegli aspetti (autonomia, parità, formazione professionale) che potrebbero realmente apportare aria nuova nel settore.

Le riforme nel campo dell’educazione, in effetti, continuano perlopiù a “piovere” dall’alto, e c’è una invadenza dello Stato che fatica a diminuire nonostante le buone intenzioni (stando almeno al programma elettorale e alle ripetute dichiarazioni) dell’attuale governo. Invadenza deleteria per molti motivi, non ultimo lo spreco di risorse che ne deriva, poiché lo statalismo - dovrebbe ormai essere evidente a tutti - rende più costosi i servizi erogati a favore dei cittadini e ne limita contemporaneamente la libertà di scelta.

Non è solo questione, come si potrebbe pensare da queste prime righe, del solito discorso di “scuola statale e non statale”. È questione, invece, che riguarda a tutto campo e a tutti i livelli istituzionali l’educazione e la formazione dei nostri giovani e la libertà di scelta educativa fin nei dettagli meno noti.

Consideriamo, ad esempio, quanto ha segnalato Elena Ugolini dalle colonne del Resto del Carlino (Un modo farisaico di interpretare l’obbligo di istruzione scolastica, 8 giugno 2010): secondo il rapporto annuale dell’Istat pubblicato all’inizio di giugno, più di 2 milioni di giovani italiani (il 21,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni!) nel 2009 non lavorava e non frequentava nessun corso di studi. Si tratta - utilizzando la terminologia OCSE - dei giovani “Neet” (Not in Education, in Employment or in Training) che, già nel 2007, erano nel nostro paese in numero molto superiore alla media europea. Come precisa il rapporto Istat - ed è una precisazione di non poco conto - tale fenomeno “è più riconducibile all’area dell’inattività piuttosto che a quella della disoccupazione” ed interessa prevalentemente la popolazione maschile, con una ampia percentuale di early school leavers, cioè di giovani che hanno abbandonato gli studi dopo aver conseguito, al più, la licenza media.

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