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lunedì 18 giugno 2012
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IMPRESE E COMPETITIVITA' Italia al terz’ultimo posto nell’Europa a 27 per quanto riguarda la competitività. A fare peggio di noi sono soltanto Grecia e Romania, come emerge da un rapporto dell’Osservatorio Ambrosetti i cui risultati sono stati anticipati da Il Sole 24 Ore. Tra gli indicatori del nostro Paese, il peggiore è senza dubbio quello che riguarda l’attrattività e il commercio internazionale, a quota 2,1, vicinissimo a quello della Romania (1,8) e anni luce dal Lussemburgo, il primo della classe con 7,5. Ma non vanno bene neppure innovazione e formazione, infrastrutture e capacità di fare business. Ilsussidiario.net ha intervistato Giovanni Marseguerra, professore di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, per chiedergli di commentare questi dati.
Secondo lei, siamo davvero poco sopra i livelli di Grecia e Romania?
Le classifiche di competitività di questo tipo mi lasciano sempre un po’ perplesso, e mi sembra difficile pensare che l’Italia sia davvero terz’ultima davanti solo a Grecia e Romania. Ci sono però degli elementi che fanno riflettere, e uno di questi è che la nostra manifattura sta attraversando un momento di difficoltà. A certificarla in modo autorevole e scientificamente fondato è stato un recente studio di Confindustria, secondo cui la produzione manifatturiera dell’Italia è scesa dal quinto all’ottavo posto mondiale. Certamente la nostra economia sta affrontando diverse difficoltà, e gli eventi sismici del maggio scorso sono stati molto dannosi perché sono andati a colpire un’area produttiva straordinariamente importante del nostro Paese.
Quali sono nello specifico i fattori che azzoppano la competitività dell’Italia?
Il primo è il credit crunch, cioè la difficoltà che hanno le nostre imprese ad avere accesso al credito e rispetto a cui mi sembra che si stia facendo troppo poco. Le nostre imprese però stanno reagendo con grande intelligenza e con grande capacità di gestire la situazione di crisi per riuscire a sopravvivere.
In che modo?
A fronte di alcune imprese che vanno in difficoltà, la maggior parte sta scommettendo sulla maggiore innovazione e apertura ai mercati internazionali. Pur in una situazione di bassa redditività, si prefigura quindi una sorta di dualismo. Da un lato ci sono le aziende che riescono a reggere il confronto del mercato, e quindi ad adattarsi ai cambiamenti che impone, molto spesso anticipandoli. Dall’altra ci sono le aziende che invece fanno fatica a rimanere competitive.
Quali sono secondo lei i limiti dell’Osservatorio Ambrosetti?
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