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CONFINDUSTRIA/ Imprese, la caccia alla ripresa comincia da export e innovazione

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Il Presidente della Banca centrale europea scandisce le sue parole, mentre parla a Londra sulla crisi che sta attraversando l’eurozona: “La Bce farà quanto è possibile e credetemi sarà abbastanza”. Dopo venticinque summit europei inconcludenti, contraddittori e litigiosi, sono bastate queste poche parole a dare una sterzata ai mercati, a rovesciare una tendenza ribassista quasi drammatica e il continuo rialzo dello spread. Forse è esagerato enfatizzare la portata dell’intervento di Draghi, ma nessuno può nascondere che la reattività dei mercati, quando sentono parole chiare dette da autorevoli responsabili delle istituzioni, sia positiva e immediata. Piazza Affari, dopo un inizio di settimana terribile, ha riguadagnato la quota dei tredicimila punti in un giorno solo e lo spread è sceso di cinquanta punti. Sia ben chiaro che non siamo usciti da nessun tunnel, che abbiamo davanti quattro settimane di thrilling borsistico e che l’economia reale è in estrema sofferenza, senza che si vedano prospettive di ripresa per tutto il 2012. Lo stato di sofferenza dell’economia italiana è documentato da un nuovo rapporto di Confindustria. In una lunga e cordiale telefonata con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il leader degli industriali italiani, Giorgio Squinzi, ha analizzato dettagliatamente l’andamento del sistema produttivo nel primo semestre e le prospettive da qui a fine anno, specificando che “ora quasi tutto dipende dall’evoluzione del quadro di Eurolandia, che sempre più appare intrappolata in una spirale depressiva, a causa non tanto di aggiustamenti ineluttabili quanto dell’incertezza e dei danni che la gestione della crisi europea provoca, tra l’altro con politiche di risanamento troppo restrittive”. Nell’analisi di Confindustria c’è pure un accenno a un vincolo “culturale più che istituzionale della Bce”. Non possiamo affermare che Draghi abbia avuto presente l’analisi della Confindustria italiana, ma certamente le parole del Presidente della Bce sono apparse come quelle di una autorità europea che si è sostituita, in positivo, ai politici dell’eurozona e ha ridato fiducia in un intervento che ha l’obbiettivo principale di salvare l’euro. Secondo il professor Gianmaria Martini, docente di Economia politica all’Università di Bergamo, in questo momento la crisi sta certamente penalizzando l’economia reale: «Non c’è alcun dubbio che gli imprenditori siano sotto pressione. La crisi che è nata per altre ragioni e per altri motivi, nel momento in cui si è passati alla crisi dei debiti sovrani, si è riversata sull’economia reale, quindi sul mondo delle imprese. Se in un primo momento sono stati colpiti soprattutto gli intermediari finanziari, i protagonisti del mondo della finanza, poi tutto si è riversato sui protagonisti dell’economia reale, cioè sugli imprenditori».

 

Lei non crede che le manovre degli Stati siano troppo restrittive?

 

È difficile dire questo. Personalmente non mi sento di criticare l’operato, ad esempio, di questo governo che, alla fine, sta facendo quello che dovevano fare altri esecutivi, sia quelli di centrodestra sia quelli di centrosinistra, che si sono succeduti in questi ultimi venti anni. Se lei guarda l’andamento del debito pubblico in questi ultimi anni non è poi cresciuto di molto.

 

Resta però alto.

 

L’esplosione del debito pubblico appartiene ad altri anni. Ma in questi ultimi anni, fino al 2007, c’era quasi una sorta di euforia economica e c’era la possibilità di fare riforme strutturali per ridurre il debito, per fare delle grandi riforme strutturali. È questo che i politici dovevano prevedere. Le faccio presente che la prima riforma delle pensioni è stata fatta nel 1995 e doveva avere i suoi effetti a partire dal 2020. Io credo che ci sarebbe stato il tempo di fare molte cose che non sono state neppure prese in considerazione.

 

Lei pensa che alla fine si uscirà da questa situazione?



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