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DL SVILUPPO/ Iva, fondo unico e moratoria, ma manca ancora una "leva" per le imprese

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Immagine d'archivio (Infophoto)  Immagine d'archivio (Infophoto)

DECRETO SVILUPPO, I PROVVEDIMENTI CHE AIUTANO LA LIQUIDITA' DELLE IMPRESE Le piccole e medie imprese hanno bisogno di ossigeno. Molte di loro, infatti, pressate dalla crisi e poco sostenute dalle banche, sono in questo momento a rischio insolvenza. Il Decreto Sviluppo, passato con voto di fiducia la settimana scorsa alla Camera dei Deputati, sembra accorrere in loro soccorso attraverso quattro strumenti innovativi: il fondo unico per la crescita sostenibile, le cambiali finanziarie, l’Iva da pagare al momento dei corrispettivi e la moratoria delle rate di finanziamento degli incentivi. «La direzione è quella giusta - dice a IlSussidiario.net il Prof. Giuseppe Colangelo, docente di Economia Politica presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università dell'Insubria  -, ma questi provvedimenti potrebbero non essere sufficienti. Speriamo che rappresentino soltanto un primo passo in vista di qualcosa di molto più sostanzioso». Come? «A mio avviso bisognerebbe lavorare maggiormente sul piano fiscale, formulando proposte che possano premiare chi, ad esempio, acquista nuove attrezzature e nuovi macchinari e chi decide di assumere giovani laureati. Gli investimenti, continuamente ritardati a causa della situazione economica generale, non fanno altro infatti che incidere negativamente sulla produttività e sulla possibile ripresa. Così come la scarsa propensione ad assumere  non fa che peggiorare il quadro generale, soprattutto per i nostri giovani».
Riguardo all’accesso al credito bancario, i dati diffusi da Bankitalia riguardo alle piccole e medie imprese italiane sono drammatici. A maggio, i prestiti alle Pmi hanno fatto registrare infatti un calo dello 0,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Per questo l’articolo 32, che permette alle aziende non quotate di emettere titoli di debito, cerca di trovare un metodo alternativo di finanziamento, in un momento di credit crunch. Secondo lei, al di là delle pur giuste alternative e della diversificazione delle forme di finanziamento, non è proprio possibile ricostruire un rapporto di fiducia tra banche e imprese? «Il fatto è che le banche italiane hanno fatto una scelta molto precisa: vogliono stare il più  lontano possibile dai rischi. Una decisione legittima, sia ben chiaro, ma che ha conseguenze molto negative. Chi ha una solidità e può dare garanzie non ha infatti problemi nel chiedere prestiti, ma per le piccole e piccolissime imprese, e a maggior ragione per le start-up, ottenere un finanziamento è difficilissimo. Bisognerebbe provare a rompere questo circolo vizioso cercando di contenere l’avversione al rischio e provando a mediarla attraverso la leva fiscale. 



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