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DIETRO LE QUINTE/ L’exit strategy di Squinzi e Azzi

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Giorgio Squinzi (Infophoto)  Giorgio Squinzi (Infophoto)

Un anno fa Confindustria, Abi, Cgil, Cisl, Uil e numerose altre rappresentanze di imprese e lavoratori si ritrovarono a uno stesso tavolo di emergenza nazionale: unite, sostanzialmente, dalla richiesta al governo di affrontare in tempi rapidi e con misure efficaci la crisi montante del debito sotto attacco speculativo e del ciclo recessivo. «Fate presto», titolava il Sole 24 Ore - quotidiano di Confindustria - cui il presidente della Repubblica, Napolitano, accordava per iscritto la sua approvazione. Quello che è accaduto dopo è ancora cronaca e attualità: il governo Berlusconi si è mostrato oggettivamente non all’altezza della gravità della situazione e la guida del Paese è passata dalle mani della politica a quelle di due supertecnici: Mario Draghi a Francoforte e poi Mario Monti a Roma.

Questi ultimi - giusto o sbagliato - hanno “fatto” quanto potevano e ritenevano per stabilizzare lo spread e contribuire alla stabilizzazione dell’eurozona. Sotto la pressione rigorista della Germania hanno, altrettanto oggettivamente, subordinato a questa priorità ogni altro profilo della vita del Paese: dagli stimoli alla ripresa alla stessa coesione sociale (anche se è vero che il “caso esodati” o le decine di imprenditori suicidi restano lontani dall’estensione e dall’intensità della crisi socio-economica in Grecia o perfino in Spagna).

Un anno dopo, comunque, non è affatto casuale che - una stessa domenica estiva - il nuovo leader della Confindustria (ancora affiancato dal leader della Cgil) contesti apertamente il governo e solleciti il ritorno della politica: proprio quando i due banchieri centrali italiani (Mario Draghi e Ignazio Visco) occupano le prime pagine dei due maggiori quotidiani nazionali (il moderato Corriere e la progressista Repubblica). Draghi e Visco difendono il loro lavoro fatto e le loro ricette, all’indomani di un vertice europeo che sembra comunque aver chiuso una fase.

Sugli stessi grandi quotidiani campeggiano, da qualche giorno, le inserzioni a pagamento della Federcasse, la centrale delle banche di credito cooperativo presieduta da Alessandro Azzi: lombardo come Giorgio Squinzi e recente king-maker della riconferma di Giuseppe Mussari alla presidenza dell’Abi. Le Bcc lanciano un manifesto per una nuova «finanza democratica» chiedendo concretamente di poter tornare a fare il loro mestiere di sempre: le banche di territorio al servizio delle imprese di territorio per il benessere delle società dei territori (Basilea 3 proprio non va e su questo banchieri e imprenditori sono per una volta d’accordo; così come industriali e sindacati - per una volta - sono d’accordo nel dire che la “non politica economica” del governo Monti-Passera non va).



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COMMENTI
09/07/2012 - CI RISIAMO (ANTONIO DE BONIS)

Agli Industriali già cominciano ad andare strette le scarpe, forse per colpa della nuova politica economica, o perché non si riescono più a combinare gli affari come prima, e gli stessi, sfruttano il malcontento della gente, degli operai, dei lavoratori in genere per remare contro l'attuale esecutivo. Mi auguro che questo non accade, altrimenti sarà un secondo disastro dopo quello precedente.