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SCENARIO/ 1. L’agenda Marchionne sfida i tagli di Monti

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Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto)  Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto)

Il “polo del salotto” fra Matera e Santeramo al Colle, già fiore all’occhiello dei distretti industriali del Mezzogiorno “rischia di scomparire cedendo il passo alla disoccupazione e al sommerso”. Parole di Pasquale Natuzzi, contenute nell’inchiesta sui 65 distretti industriali italiani a cura de Il Sole 24 Ore. I numeri confermano l’allarme: da 500 aziende e 14 mila addetti con fatturato da 2,2 miliardi (il 55% del prodotto nazionale), si è passati ora a 146 Pmi con appena cinquemila dipendenti. Da dieci anni, da quando il distretto subisce il pressing della concorrenza cinese, si discute invano dell’accordo di programma che avrebbe dovuto attrarre investitori, ma nella sua ultima stesura (anche questa arenatasi a settembre 2011 per cause pressoché ignote) si era tramutato in una sorta di “compendio di ammortizzatori sociali”, mentre nulla si è fatto per colmare il gap delle infrastrutture.

Il caso ha voluto che quest’esempio, uno tra i tanti della perdita di appeal dell’Italia manifatturiera, riemergesse dalle nebbie della crisi nel giorno in cui il Bollettino della Bce rileva il “netto deterioramento della valutazione del rischio di credito delle imprese” misurato dai tassi attesi d’insolvenza, con un “incremento che è stato particolarmente pronunciato per le imprese italiane e piuttosto moderato per quelle olandesi e tedesche”. Non è una sorpresa. Le imprese di Paesi Bassi e Germania possono contare su prestiti in denaro molto più abbondanti (sia in euro che in dollari, merce quasi introvabile presso gli istituti italiani) e a condizioni assai più generose. Non solo. Le imprese made in Germany pagano al fisco venti punti percentuali in meno di quelle italiane. Tra un mese, infine, dovrebbero calare i contributi previdenziali a carico delle imprese e delle buste paga: non c’è da stupirsi visto che, complice, l’alto livello dell’occupazione, le casse sono gonfie di liquidità, oltre i limiti previsti dalla legge.

Non è una sorpresa, ma serve a ricordare all’opinione pubblica il “fil rouge” che corre tra sviluppo, tenuta del tessuto industriale e salute della finanza pubblica. Nei mesi passati, più per obbligo che per scelta, l’Italia ha concentrato i suoi sforzi sul contenimento del deficit pubblico. Non solo. La fuga di capitali internazionali dal Bel Paese ha costretto il sistema finanziario a ricorrere sempre più al mercato interno per finanziare la spesa pubblica.



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COMMENTI
10/08/2012 - Senza riforme è tutto innutile (Moeller Martin)

L'Italia non cresce perché la nostra produttività è quella di una associazione volontaria. I nostri concorrenti hanno livelli nettamente superiori. Ma loro licenziano chi non lavora. Ridurre il peso fiscale invece non é prioritario e dovrebbe comunque essere preceduto da un disboscamento di tutte quelle norme assurde che impongono costosi adempimenti alle imprese italiane. Maggiore produttività ci permetterebbe di crescere da subito, potendo aumentare le nostre vendite sul mercato interno (a noi più favorevole) incrementando la nostra quota di mercato a discapito delle importazioni. Dall'estero per contro avremo dei risultati degni di rilievo solo dopo un certo tempo perché, a differenza di quanto sono convinti giornalisti e professori, esportare richiede investimenti e pazienza e non è certo frutto di fantasie estemporanee. Non ci servono politiche industriali o di domanda pubblica, che è roba da economia controllata mentre noi siamo una democrazia occidentale. Dateci la possibilità di competere: industriali, grandi o piccoli, lo siamo già.