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IL CASO/ La carica dei 300.000 per aiutare il Made in Italy

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L’economia è una grande spirale. Può essere negativa, un circolo vizioso, come quello in cui ci troviamo dal 2009. Può diventare positiva, un circolo virtuoso, se riusciamo a far crescere inizialmente in maniera significativa almeno uno degli elementi che compongono la catena che collega gli elementi portanti del sistema economico: la produzione, i posti di lavoro, i redditi, i consumi. In questo momento l’Italia si trova a dover fare i conti con tutti questi quattro elementi negativi: calano i consumi, cala la produzione, diminuiscono i posti di lavoro, si riduce il reddito disponibile. Su quale elemento è possibile intervenire?

C’è chi propone una politica cosiddetta “keynesiana” (che tuttavia ha ben poco a che fare con l’economista inglese): compensare il calo dei consumi privati con maggiori consumi pubblici, magari chiedendo all’Europa di finanziare nuovi investimenti in infrastrutture. C’è chi chiede un taglio delle tasse per dare più soldi alle famiglie in modo da rilanciare i consumi privati. Due strade che almeno in parte sono sicuramente positive, ma che si scontrano con il vicolo cieco in cui i Governi degli ultimi trent’anni hanno messo l’Italia: il vicolo cieco di un debito pubblico che è arrivato ai limiti della sostenibilità e che impedisce nel breve termine ulteriori manovre di bilancio.

Una via d’uscita comunque esiste e l’Italia ha (quasi) tutti gli elementi per affrontarla con successo. E’ la via delle esportazioni cercando sui mercati esteri quelle opportunità di crescita che sul fronte interno si sono praticamente esaurite. Le condizioni non sono facili, ma possono essere una base su cui costruire nuove, concrete opportunità. Lo dimostra Antonio Belloni, consulente industriale, che nel libro “Esportare l’Italia” (Ed. Guerini e associati, pagg. 174, € 17,50) affronta con estrema concretezza le opportunità del Sistema Italia di fronte a mercati, come quelli dei paesi asiatici, che continuano a crescere a ritmi impensabili per l’Europa.

Con un problema di fondo tuttavia. Le imprese italiane si presentano ancora in ordine sparso: ci sono pochi grandi gruppi (come Brembo o Luxottica) che attraverso l’internazionalizzazione sono stati in grado di crescere e consolidarsi, c’è poi un piccolo numero di imprese (150mila su 4,5 milioni) che sono riuscite a coniugare innovazione e strategie commerciali per conquistare posizioni sui mercati esteri e c’è infine una miriade di piccole e medie imprese che si limitano a tenere le posizioni sul mercato interno e che si spingono ben poco oltre la soglia di casa.



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