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IL CASO/ Sapelli: privatizzazioni, quella "balla storica" che ci fa più poveri

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Un mito si aggira per l’economia neoclassica: la privatizzazione. Tutti credono che la via d’uscita a gran parte dei mali dell’economia e della società risieda nella fine della presenza dello Stato nell’economia. Esso, il mito, è tanto più potente per colpire l’animo degli incolti, ossia di quelli che dopo Popper e Hayek non hanno letto più nulla se non gli articolisti dei giornali mainstream che divulgano il pensiero comune che è cosa bene diversa dal buon senso. E sì che basterebbe conoscere la storia. Le vicende umane associate sono peggiorate dal punto di vista del benessere e della giustizia sociale nel secondo dopoguerra rispetto agli anni successivi alla prima guerra mondiale?

Tra le due guerre una terribile crisi si abbatté sul mondo e se ne uscì certo con un’altra guerra che distrusse un’immensa mole di capitale fisso oramai improduttivo e allocò milioni di disoccupati. Ma vi fu pure l‘inizio di quelle che poi chiamammo politiche keynesiane, ossia non di deficit spending come ora dice la vulgata, quanto, invece, di moltiplicatore degli investimenti attraverso l’incremento della domanda tanto privata quanto pubblica e una politica fiscale leggera e favorevole alla tassazione sul consumo piuttosto che sul lavoro e sull’impresa. Politiche che nella sostanza continuarono nel dopoguerra, con effetti così buoni che il mondo intero, e non solo Usa e Europa, rifiorirì. Solo la guerra fredda impedì che le politiche keynesiane assumessero quel ruolo di rivoluzione pacifica che potevano assumere.

Certo a esse si accompagnarono quelle che io chiamo le politiche del welfare comunitario e sussidiario e la polifonia delle forme d’impresa con il risorgere del movimento cooperativo internazionale, l’emergere di forme di proprietà neo-religiose, ossia a forma di economia morale, che in guisa completamente nuova reinventarono imprese in grado di massimizzare l’occupazione e non il profitto capitalistico, che appunto nell’impresa capitalistica non si limita a essere forma di regolazione, ma diviene forma di espropriazione che distrugge l’occupazione e l’investimento, come dimostra la crisi di questi anni.



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COMMENTI
16/08/2012 - dal presante al futuro (francesco taddei)

le idee del Prof Sapelli mi trovano sempre d'accordo ma c'è un però. la crescita è l'unica cosa che stabilizza i tassi d'interesse e (oltre a gente in gamba che in italia c'è ma è messa ai margini) per essere realizzata ha bisogno di liquidità monetaria che adesso non se ne vede. basteranno i fondi europei per gli investimenti, che non abbiamo saputo sbloccare, a finanziarci?