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IL CASO/ Eni, Enel e Finmeccanica, i numeri che "bocciano" le privatizzazioni

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Dato che è impossibile alzare ancora le tasse, dato che i tagli alla spesa pubblica inefficiente sono molto facili a dirsi e evidentemente poco a farsi e dato che vendere azioni di società quotate è molto facile, l’ultima tentazione in tema di abbattimeno del debito è diventata la cessione delle partecipazioni statali. Per la verità da più parti si favoleggia delle decine di miliardi di euro che si potrebbero incassare con la cessione degli immobili pubblici ma sul tema è lecito coltivare qualche cautela. I numeri che vengono sparati normalmente a questo riguardo fanno impressione; si parla tranquillamente di immobili per centinaia e centinaia di miliardi di euro e di cessioni facili facili per qualche decina (tutta l’industria dei fondi immobiliari in Italia gestisce meno di 30 miliardi). Cosa finisca nei conti proposti è la prima domanda che bisognerebbe farsi, dato che immobili a valore storico o artistico difficilmente si prestano a un uso che un privato possa trovare di immediato interesse. Gli immobili a uso uffici magari brutti e in periferia non sembrano particolarmente appetibili in una fase in cui lo sfitto non manca; a meno che lo Stato non si vincoli a pagare un affitto sugli immobili che cede ma sinceramente non sembra un’operazione particolarmente lungimirante. L’unica opzione che rimarrebbe sarebbe probabilmente qualche operazione di sviluppo immobiliare (le caserme in centro da trasformare in residenza per esempio), su cui l’interesse dei privati si potrebbe manifestare ma le opposizioni che di norma si levano contro la cementificazione e le lungaggini burocratiche non permettono i tempi brevi che servirebbero e in più gli importi sarebbero una frazione di quelli sbandierati. Occorrerebbe poi spiegare chi siano i privati disposti a tirare fuori decine di miliardi di euro con i costi sui finanziamenti che oggi si pagano in Italia.
Per questo quando si parla di cessione del patrimonio pubblico, soprattutto nel breve, si parla in realtà solo di cessione di società industriali e in particolare di società industriali quotate: Eni, Enel, e Finmeccanica oltre a Terna e Snam. 



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COMMENTI
18/08/2012 - Privatizzare un po' d'arte (Giuseppe Crippa)

Concordo perfettamente con l’opinione di Paolo Annoni: rinunciare al controllo di industrie come quelle citate nell’articolo sarebbe davvero stupido. Conseguentemente mi auguro che il Governo si attivi sul fronte delle cessioni immobiliari e mi permetto di suggerire l’implementazione di un grande piano di dismissioni delle opere d’arte che giacciono negli scantinati e nei corridoi secondari dei nostri musei. Un controllo trasparente dei prezzi base non dovrebbe essere impossibile, ed il metodo dell’asta pubblica mi sembra sufficientemente limpido. Mi stupisce che i nostri economisti, sempre prodighi di consigli per il governo in carica, non tocchino nemmeno lontanamente questo tema: forse non hanno un’idea delle dimensioni del nostro patrimonio artistico o più semplicemente sono anni che non visitano un museo…