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Impresa e Artigiani

IL CASO/ Quel voto che può penalizzare le nostre imprese

Gli investimenti esteri sono certamente importanti per un Paese come l’Italia. Ma rischiano di venir meno se peggiora il rating sul debito pubblico, ricorda GIUSEPPE PENNISI

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L’Italia sta diventando più “attraente” per gli investimenti dall’estero o si tratta di una “fake new”, in volgare una bufala? Circa un mese e mezzo fa è stato lanciato, con certo clamore, un rapporto di Ernst & Young secondo cui nel 2016 gli investitori esteri avrebbero incrementato i loro investimenti diretti in Italia del 62%. Da un rapporto della società di consulenza, l’Italia si collocherebbe al 16mo posto delle economie mature (non proprio da esserne orgogliosi, a nostro giudizio). La performance sarebbe, inoltre, stata la migliore di sempre, anno su anno, tra le grandi economie europee. L’aumento riguarda anche l’occupazione con 2.654 posti creati nel 2016, con una crescita del 92%. Per quanto riguarda i paesi di provenienza degli investimenti, si tratta soprattutto dagli altri paesi europei, anche se le imprese statunitensi restano i maggiori investitori (27%). La quota di investimenti cinesi nel nostro Paese è invece ancora marginale (2%), in un quadro che, nel 2016, vede le imprese cinesi più attive in Europa.

Occorre dire, però, che il documento ha avuto molta meno di eco di quella che ci si attendeva avrebbe avuto. L’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi ne ha preso spunto per una delle sue dichiarazioni su quelli che sarebbero stati i successi del governo da lui presieduto. La stampa economica ha riportato il comunicato diramato dall’ufficio relazioni pubbliche della Ernst & Young. Ma poco di più, anche in quanto alcuni commentatori economici ne hanno criticato l’impostazione metodologica e la qualità dei dati.

Molto equilibrato a riguardo il commento di Paolo Ermanno dell’Università di Udine, in premessa di una ricerca promossa dal Centro Studi ImpresaLavoro: “Negli ultimi anni, probabilmente a causa delle paure suscitate dalla crisi economica - scrive Ermanno -, gli organi d’informazione nazionali hanno più volte riportato notizie di aziende straniere che facevano ‘shopping’, questo è il termine comunemente utilizzato, nel nostro Paese, comprandosi imprese rilevanti del panorama economico italiano. L’effetto percepito dalla cittadinanza è stato quello di una sorta di colonizzazione economica: le imprese di paesi considerati fino all’altro giorno poveri, Cina o India, o di paesi troppo forti con cui confrontarsi, come la Germania, erano rappresentate come invasori, quasi a voler risvegliare l’atavica paura di un popolo che dalla fine dell’impero Romano ha troppe volte subito il dominio altrui. I casi, molto eclatanti, di Pirelli acquisita da China National Chemical Corporation e di ItalCementi venduta al gruppo tedesco Heidelberg Cement, hanno riacceso la polemica sul presunto colonialismo straniero verso le imprese italiane. È il caso di sottolineare che l’immagine di un Paese colonizzato non solo non risulta veritiera, in quanto gli italiani sono, in questi termini, più colonizzatori che colonizzati, ma il fatto che aziende straniere investano nelle nostre imprese può anche essere un ottimo segnale per il sistema Paese”.

In effetti, come mostra il grafico costruito da Ermanno su dati della Banca d’Italia, negli ultimi 25 anni, gli investimenti italiani all’estero hanno preso una strada marcatamente differente da quella degli investimenti esteri nel nostro Paese:

La letteratura economica evidenza quattro motivi - conclude il lavoro di Ermanno - per cui un’impresa dovrebbe investire all’estero: primo, ricercare vantaggio in termini di costo di produzione, per esempio grazie a manodopera a basso costo; secondo, avvicinarsi ai clienti nei mercato, superando barriere doganali e riducendo i costi di trasporto; terzo, assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime o risorse scarse; quarto, investimenti volti ad acquisire brevetti, tecnologie, conoscenze. Gli investimenti diretti dall’estero verso l’Italia rispondono al secondo e al quarto motivo: siamo un mercato interessante per le aziende straniere e un sistema ricco di competenze. Mantenere vivo l’interesse verso gli investimenti dall’estero, il famoso “shopping”, può implicare sia ravvivare il mercato italiano, sostenendo ad esempio la domanda interna, sia arricchire ancor di più il sistema di personale qualificato e di aziende competitive: non è un caso che il Paese col più alto stock di investimenti dall’estero in entrata rispetto al totale degli investimenti dall’estero siano gli Stati Uniti (17,2% nel 2012).

L’attenzione dell’opinione pubblica dovrebbe orientarsi su come favorire le imprese italiane nell’acquisizione di partecipazioni all’estero. Ricorda la Banca d’Italia che le aziende che investono in partecipazioni all’estero risultano essere in termini di valore aggiunto in media tr volte più grandi delle aziende esportatrici e cinque volte piùgrandi di quelle orientate al solo mercato interno. Se vogliamo continuare a essere investitori attivi e non vittime della globalizzazione, la chiave è sempre e solo una: investire in capitale umano, in conoscenza, in efficienza del sistema produttivo.

Le ragioni che frenano gli investimenti diretti dall’estero verso l’Italia sono state indicate più volte: troppi lacci e lacciuoli, incertezza delle regole e della loro applicazione, un sistema amministrazione e un sistema giudiziario che aumentano detta incertezza e rendono molto farraginoso operare. Se si guarda con attenzione al grafico si nota che la divergenza tra investimenti diretti dall’Italia all’estero e dall’estero al nostro Paese è diventata molto marcata a partire dalla metà del primo decennio di questo secolo. Si sono aggravate le disfunzioni citate in precedenza o sono intervenute altre determinanti?

Indirettamente si ha una risposta in uno studio sul nesso tra il rating del debito sovrano e gli investimenti diretti dall’estero appena diramato. Ne sono autori tre economisti finanziari dell’Università di Sidney (Peilin Cal, Qua Gan, Suk Joong Kim - si noti l’origine cinese). Il lavoro esamina il nesso tra rating del debito sovrano e gli investimenti diretti dall’estero utilizzando dati di 31 Paesi Ocse e 72 Paesi emergenti che non fanno parte dell’Ocse nel periodo 1985-2012. La prima conclusione è che i rating sul debito sovrano sono un motore importante del flusso di investimenti privati diretti bilaterali. La seconda è che, normalmente, gli investimenti vanno da Paesi con rating bassi a Paesi con rating alti. La terza è che un Paese Ocse riceve investimenti privati da Paesi emergenti ricchi in risorse unicamente se il rating del suo debito è alto. Sono risultati importanti in una fase in cui il debito sovrano italiano è sotto attento scrutinio.

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