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Impresa e Artigiani

ELEZIONI E IMPRESE/ Boccia lancia il "suo" programma e dimentica i partiti

E dunque la Confindustria, in attesa del 4 marzo, dice: non torniamo indietro sulla riforma Fornero e sul Jobs Act, assicuriamo stabilità al paese in qualunque modo. SERGIO LUCIANO

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Quel che conta è la politica, non i partiti. Lo dice Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria, lo pensano ormai in tanti, anche perché non sanno come votare. E dunque la Confindustria, in attesa del 4 marzo, dice: non torniamo indietro sulla riforma Fornero e sul Jobs Act; non allontaniamoci dai valori dell’Unione europea; assicuriamo stabilità al Paese, in qualunque modo politicamente possibile. Lo dice con 38 pagine di programma economico – per la prima volta presentato come utile “a tutto il Paese e non solo alle imprese” – che detta la politica economica al prossimo governo, quale che sia, senza dare agli iscritti nessuna indicazione di voto, ma sperando tutti in cuor loro, sull’esito del 4 marzo, soltanto una cosa: che non vincano i Cinquestelle, destabilizzatori per definizione.

Se gli oltre 6200 imprenditori che hanno preso parte alle Assise generali di Confindustria, ieri a Verona, non si sono spellati le mani con gli applausi è solo perché Boccia, volutamente, non ha fatto l’imbonitore. E’ una persona seria, nel modo di fare; non si atteggia a piacione - non fa il Montezemolo, per capirsi – e quindi non strappa la “ola”; non la fa semplice, è rigoroso. Ma forse proprio per questo è il presidente giusto per i nostri tempi indecifrabili. Solo fatti e cifre, e obiettivi precisi, e poche fiammate retoriche.

Erano anni, comunque, che gli imprenditori non si mobilitavano così. Hanno scelto Verona, una delle capitali industriali ma anche della logistica e dell’export, dove si produce e si assume di più. Si dicono, echeggiando Gramsci, “pessimisti nelle previsioni, ottimisti nelle aspettative”, come il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. “Vogliamo usare bun senso e pragmatismo, si deve passare da una frande capacità di constatazione a definire visioni”, dice Boccia: “No al protezionismo. Più occupazione, il lavoro è al centro di tutto. L’Europa deve integrarsi al meglio e può e deve farlo se vogliamo reagire all’aggressività dei coompetitor globali, dalla Cina alla Russia”.

Per Boccia, l’Italia tende a essere troppo critica e autodistruttiva, anziché costruire soluzioni: “Le riforme delle pensioni, il Jobs Act, il piano Industria 4.0, il piano straordinario per il made in Italy non vanno rimesse in discussione. In Francia Macron sta cercando di fare le stesse cose”. E allora? Allora, dopo un “giro d’Italia” in cui ha incontrato 10 mila imprenditori, Boccia e i suoi staff, “coerentemente con l’idea di politica economica indicata nel maggio del 2016 (nel programma d’insediamento, ndr) continuiamo a perseguire l’idea di una società aperta ed inclusiva. Siamo qui a proporre a tutti i partiti la politica delle mission. Prima si definiscono obiettivi chiari, poi si studiano provvedimenti cercando le risorse”.

Quali “mission”, dunque? Una, chiara: più lavoro; la crescita economica e il minor debito sono precondizioni. Una crescita economica di almeno il 2% all’anno per 5 anni. Poi una nuova politica per le infrastrutture, che “sono inclusione”, “all’altezza del secondo Paese industriale d’Europa”. E quindi, niente no-Tav e no-Tap. Ancora, una velocizzazione dei processi: le sentenze, i cantieri, la burocrazia: “Sensibilità al tempo”, la chiama Boccia. Ambizione: “perché possiamo andare oltre l’attuale secondo posto nell’Europa economica, possiamo essere tra i primissimi Paesi del mondo. Essere secondi, col deficit di competitività che abbiamo significa avere la potenzialità di essere ben più forti”.

Bisogna però contrastare la cultura antindustriale che ricorre, ad esempio, nella legge sui sequestri preventivi delle imprese, “che equipara gli imprenditori alla criminalità organizzata”, unica critica severissima alla scelte più recenti dell’ultima legislatura. “Vogliamo fare della nostra rappresentanza una risorsa di alto valore collettivo, le nostre sono proposte nell’interesse di tutti”, sottolinea Boccia: “Abbiamo visto le promesse dei partiti, è auspicabile che dicano dove contano di trovare le risorse per attuarle”. I 250 miliardi di risorse che in 5 anni costerebbe la proposta di Confindustria, hanno invece tutte indicate le rispettive, possibili fonti di finanziamento. Eurobond e fonti europei per 93 miliardi, spending review, 38 miliardi di investimenti privati. Che frutterebbero 1,8 milioni di posti, 21 punti in meno di rapporto debito/Pil , una quota di exporto del 3% in più… Tanta roba. “A marzo ci sarà la riunione dei capi di Stato europei, a maggio si discuterà del bilancio dell’unione, non possiamo arrivare a questi appuntamenti con una politica debole, non possiamo lasciare questi dibattiti alle sole Germania e Francia”.

Un unico endorsement Boccia lo regala al partito che in cuor suo – e per tradizione di famiglia – predilige: il Pd. “La politica economica del governo uscente e di quello precedente”, dice, “ha fatto il salto di qualità di non scegliere più di impegnarsi su singoli settori ma di puntare sui fattori di crescita, un grande miglioramento, secondo noi”. Ma le strizzate d’occhio si fermano qui. Confindustria guarda avanti, senza legarsi le mani: perché, conclude Boccia, ha “nostalgia di futuro”, e il futuro è la cosa più importante di tutte.

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