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LAICITA’/ Quelle parole bellissime e orribili di Napolitano a difesa della Chiesa

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Il principio di libertà dell’individuo in materia di scelte decisive si chiarisce appena dopo l’Ascensione di Cristo, quando negli Atti degli apostoli, dinanzi al Sinedrio, Simon Pietro stabilisce una volta per sempre il primato della coscienza: “è meglio obbedire a Dio più che agli uomini”.

Ma l’autorità viene da Dio, il cristiano la riconosce. La serve quando essa non pretenda di essere adorata come criterio supremo del bene e del male. L’incenso all’imperatore come riconoscimento della sua natura divina è sacrilegio, perché consacra un’usurpazione. Ma l’imperatore (leggi: l’autorità civile comunque si esprima nei secoli) è garante magnifico di questa prerogativa umana, che è quella di cercare Dio, il quaerere Deum di San Benedetto, fattore massimo di civiltà.

 

Per questo, perché è inscritto nella sua storia, la Res publica italiana (anche prima che si desse forma di Stato unitario) è veramente se stessa quando onora chi le ha permesso di costituirsi in civiltà. E cioè quando ha sostenuto l’homo religiosus, l’homo viator verso il destino, l’uomo che cerca Dio, e lo cerca ogni istante anche quando questo Dio si è fatto incontro a lui.

 

Tutto questo oggi significa principio di sussidiarietà. Vale a dire corretto confine tra struttura politico sociale e libera iniziativa di persone e famiglie che si uniscano per rispondere insieme a quell’imperativo benedettino del quaerere Deum nel concreto delle ore e dei giorni. In Italia questa dimensione religiosa ha la sua forma storica nel cattolicesimo, con le sue comunità, con la sua comunione gerarchica. Attaccare la Chiesa nei suoi pastori significa toccare un punto decisivo di libertà. Non è una mancanza di bon ton, è un’offesa pura e semplice anche allo Stato. Questo significa la richiesta di Napolitano perché sia rispettata la Chiesa.

 

E veniamo al motivo per cui queste dichiarazioni del presidente della Repubblica sono orribili. Lo sono perché si sono rese necessarie a causa dell’aggressione di un ministro della Repubblica italiana contro l’arcivescovo di Milano. Definirlo “imam di Milano” significa qualificarlo come traditore del cattolicesimo. Insinua l’idea che chi è cattolico o no, che cosa sia tradizione cristiana oppure no, non lo stabilisce la Chiesa ma una forza politica, che si arroga il diritto di anatema.

Siamo fuori dello Stato di diritto. Siamo alla religione di Stato, una specie di cattolicesimo dove il  capo della Lega fa pure da Papa. Dio ci scampi. E Berlusconi corregga un simile scempio.

 

 

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