mercoledì 9 dicembre 2009
«L’impegno della Chiesa è fondamentale per la società - ha detto il presidente Napolitano -. Tante volte la religione è un fatto pubblico e l’impegno della Chiesa nella vita sociale è essenziale anche da un punto di vista della società civile». Le dichiarazioni del capo dello Stato sono bellissime. Ma sono anche orribili. Sono bellissime perché stabiliscono il corretto rapporto tra Stato e Chiesa, mostrano come sia stato perfettamente recepito perché insito nella buona tradizione della Repubblica italiana, l’invito proposto da papa Benedetto XVI a considerare questo tempo come quella di una “sana laicità”. Stato e Chiesa non solo rinunciano a qualsiasi ostilità reciproca (libera Chiesa in libero Stato, una formula che può anche segnare l’indifferenza, ma anche la sottomissione della Chiesa che deve accettare i confini dello Stato, è come costretta a vivere immersa in esso), ma collaborano, hanno di mira entrambi l’affermazione del valore della persona come “core business”. Senza confondere i piani. Lo Stato crea l’ambito in cui gli uomini possano obbedire al desiderio di infinito che ultimamente li definisce, e che si esprime nel moto della libertà (il senso religioso mette insieme le persone). Ma lo Stato non può proporre percorsi per la piena realizzazione di questo desiderio, non può pretendere per se stesso il rango di macchina della felicità. Quando lo fa esso esce dalla sua natura, si trasforma in Leviatano, arriva a sostituirsi a Dio, ingigantendo Cesare come una Rana Sacra. Uno Stato siffatto, anche quando scegliesse come legge della propria dinamica la religione cattolica, verrebbe a negare ciò che è l’essenza del fatto religioso: la libertà. Intesa come libertà di ciascuno di aderire o no a una proposta di realizzazione di sé. Nessuna religione di Stato infatti è consentita. Sarebbe una prigione per la persona (se non aderisci a quella religione sei un di meno, sei un cittadino discriminato), e una prigione (una catena d’oro) per la religione, la quale diventerebbe di (genitivo possessivo) Stato, cioè dello Stato. Il cristianesimo è profondamente ostile per sua stessa natura alla clericalizzazione della Res Publica. È appena nato e Gesù Cristo stabilisce la regola decisiva della “sana laicità”. “Rendete a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Questa affermazione non segnala una separazione degli ambiti. Ma per la prima volta stabilisce che Cesare non è Dio, non ha il potere di sostituirsi al Mistero. Già i Greci avevano scorto l’incommensurabilità del Fato. L’avevano però dichiarato fuori portata dalla religione; il Dio ignoto di cui parla san Paolo è come posto fuori dal rango dell’amministrazione della religione. CONTINUA LA LETTURA DELL’ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO
«L’impegno della Chiesa è fondamentale per la società - ha detto il presidente Napolitano -. Tante volte la religione è un fatto pubblico e l’impegno della Chiesa nella vita sociale è essenziale anche da un punto di vista della società civile». Le dichiarazioni del capo dello Stato sono bellissime. Ma sono anche orribili. Sono bellissime perché stabiliscono il corretto rapporto tra Stato e Chiesa, mostrano come sia stato perfettamente recepito perché insito nella buona tradizione della Repubblica italiana, l’invito proposto da papa Benedetto XVI a considerare questo tempo come quella di una “sana laicità”. Stato e Chiesa non solo rinunciano a qualsiasi ostilità reciproca (libera Chiesa in libero Stato, una formula che può anche segnare l’indifferenza, ma anche la sottomissione della Chiesa che deve accettare i confini dello Stato, è come costretta a vivere immersa in esso), ma collaborano, hanno di mira entrambi l’affermazione del valore della persona come “core business”. Senza confondere i piani.
Lo Stato crea l’ambito in cui gli uomini possano obbedire al desiderio di infinito che ultimamente li definisce, e che si esprime nel moto della libertà (il senso religioso mette insieme le persone). Ma lo Stato non può proporre percorsi per la piena realizzazione di questo desiderio, non può pretendere per se stesso il rango di macchina della felicità. Quando lo fa esso esce dalla sua natura, si trasforma in Leviatano, arriva a sostituirsi a Dio, ingigantendo Cesare come una Rana Sacra. Uno Stato siffatto, anche quando scegliesse come legge della propria dinamica la religione cattolica, verrebbe a negare ciò che è l’essenza del fatto religioso: la libertà. Intesa come libertà di ciascuno di aderire o no a una proposta di realizzazione di sé. Nessuna religione di Stato infatti è consentita. Sarebbe una prigione per la persona (se non aderisci a quella religione sei un di meno, sei un cittadino discriminato), e una prigione (una catena d’oro) per la religione, la quale diventerebbe di (genitivo possessivo) Stato, cioè dello Stato.
Il cristianesimo è profondamente ostile per sua stessa natura alla clericalizzazione della Res Publica. È appena nato e Gesù Cristo stabilisce la regola decisiva della “sana laicità”. “Rendete a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Questa affermazione non segnala una separazione degli ambiti. Ma per la prima volta stabilisce che Cesare non è Dio, non ha il potere di sostituirsi al Mistero. Già i Greci avevano scorto l’incommensurabilità del Fato. L’avevano però dichiarato fuori portata dalla religione; il Dio ignoto di cui parla san Paolo è come posto fuori dal rango dell’amministrazione della religione.
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