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IL CASO/ 2. Il modello "Metropolitan" per salvare la nostra cultura dai tagli di Tremonti

In questi giorni si vota alla Camera la riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Un’occasione per ragionare sul finanziamento agli enti culturali, su cui tempo fa si sono scatenate feroci polemiche. Le proposte di RENATO FARINA

MetropolitanNewYork_R375.jpg (Foto)

In questi giorni si vota alla Camera la riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Il ministro Bondi l’ha fatta benissimo. Ha dovuto agire stretto dall’urgenza, strozzando privilegi, e cercando di salvare una peculiarità italiana com’è l’eccellenza artistica in questo settore. Intanto però sono trecento milioni gli euro che il governo ha deciso di stanziare per rimediare ai guasti e agli sprechi di queste strabilianti scatole magiche. Da cui escono spesso meravigliose armonie e voci, ma anche manine che leste afferrano e inabissano quantità altrettanto mirabolanti di denaro.

Qualcuno ha detto che sono trecentomilioni di euro presi ai poveri per pagare il divertimento dei ricchi. La mia amica Paola Goisis della Lega si è sentita stringere il cuore e ha detto: come glielo dico ai miei insegnanti precari del Veneto che per loro invece questa manna non c’è?

L’occasione è buona per ragionare sul finanziamento agli enti culturali. Storici o estemporanei, vecchi e nuovi. Giulio Tremonti non aveva pianto alcuna lacrima nel suo fazzoletto: via i contributi, se meritano di vivere, troveranno il modo di campare da soli. Ci sono esagerazioni, in questo discorso. E Bondi ha fatto valere la sua competenza, ma resta la questione della cultura.

Dev’essere di Stato come in Francia? Per carità. Deve valere anche qui il principio di sussidiarietà. Sapendo bene che purtroppo la sussidiarietà in Italia è intesa soltanto in senso verticale. Vale a dire, in  pratica: oggi ci sono meno soldi dello Stato e del ministero in compenso i comuni, le province e le regioni con l’assessore della cultura leghista organizzano feste celtiche, kermesse della polenta eccetera, con compagnie di giro somiglianti alle coop rosse degli anni Settanta che gemellavano balletti bulgari e cori di (pseudo) partigiani.