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mercoledì 26 gennaio 2011
Tra i libri che gli ebrei hanno dedicato all’annientamento del loro popolo, Yossl Rakover si rivolge a Dio, pubblicato da Adelphi nel 1997, non è tra i più recenti né tra i più noti. Il racconto è breve, soltanto 18 pagine di eccezionale intensità. E’ l’eterna domanda di Giobbe, più precisamente è la lotta di Giacobbe con il Dio che ha nascosto il suo volto nella notte del male, nel ghetto di Varsavia: Sono felice di appartenere al più infelice di tutti i popoli della terra, la cui Legge rappresenta il grado più alto e più bello di tutti gli statuti e le morali. Adesso questa nostra Legge è resa ancor più santa ed eterna dal fatto d’essere così violata e profanata dai nemici di Dio. Penso che essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei così come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall’essere ebrei. “Non vi è cosa più intatta di un cuore spezzato” ha detto una volta un grande rabbino. Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non vi è traccia di paura e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederti ragione, per l’ultima volta nella vita. Ti voglio dire in modo chiaro e aperto che ora più che in qualsiasi tratto precedente del nostro infinito cammino di tormenti, noi torturati, disonorati, soffocati, noi sepolti vivi e bruciati vivi, noi oltraggiati, scherniti, derisi, noi massacrati a milioni, abbiamo diritto di sapere: dove si trovano i confini della Tua pazienza? E qualcosa ancora ti voglio dire: non tendere troppo la corda, perché, non sia mai, potrebbe spezzarsi. Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo d’amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente “amen”. La storia avventurosa dell’opera è ripercorsa dal curatore del testo. Esso appare per la prima volta nel 1946 su una rivista in lingua yiddish di Buenos Aires, presentato come l’ultimo messaggio di un abitante del ghetto di Varsavia, sigillato con cura in una piccola bottiglia e ritrovato tra i cumuli delle pietre e i poveri resti carbonizzati delle vittime.
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