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ANNA DEI MIRACOLI/ Una "guerra di liberazione" che compie 50 anni

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Una scena del film Anna dei miracoli  Una scena del film Anna dei miracoli

«Militia est vita hominis super terram»; «La vita dell’uomo sulla terra è una lotta, un combattimento» (oppure, come traduce la Bibbia di Gerusalemme, «l’uomo sulla terra ha un duro lavoro»). L’epopea storica e l’esperienza di popolo che hanno dato la propria linfa vitale e sono dunque alla base (anche) di questo celebre passo che apre il settimo capitolo del Libro di Giobbe («[p]iù impegnativ[o], e autentic[o] capolavor[o], [sul] grande problema del dolore innocente», come ha ricordato Benedetto XVI in un’udienza generale dello scorso agosto), suggeriscono questa constatazione, che potrebbe apparire fin troppo scontata nella sua ovvietà a una prima, superficiale considerazione. Ci verrebbe da dire ora più che mai, tenuto conto del tempo che stiamo attualmente attraversando: la lotta per dare sicurezza alla vita propria e di coloro cui teniamo, il combattimento per lasciare un segno di ciò che siamo in quello che ci circonda, la battaglia per poter guadagnare qualcosa di se stessi alla propria felicità e a quella del mondo.

Ci sono opere cinematografiche che sanno raccontare e trasmettere questa tensione in maniera insieme profonda ed esplicita, riuscendo a evitare strumentali gratuità e facili grossolanità. Una delle pellicole a suo modo più rappresentative di questo - a ben vedere - non troppo numeroso gruppo iniziava cinquant’anni fa, proprio in questi giorni, il suo percorso nelle sale cinematografiche d’Oltreoceano, dopo un lungo periodo di “travaglio” tra scrittura, messa in scena teatrale e adattamento cinematografico: prima della sua definitiva uscita su tutto il territorio nazionale entro la fine del mese di luglio, il 23 maggio 1962 si teneva infatti a New York la première di Anna dei miracoli (The Miracle Worker), seconda fatica per il grande schermo di Arthur Penn (1922-2010), regista allora quarantenne che aveva diretto nel 1957 un adattamento televisivo dell’autobiografico The Story of My Life di Helen Keller e aveva curato nel 1959 una messa in scena teatrale a Broadway del dramma The Miracle Worker dello scrittore e poeta William Gibson basato sul medesimo libro.

La storia del film è ambientata nella seconda metà dell’Ottocento a Tuscumbia, piccola cittadina dell’Alabama, nella casa del capitano Keller, uomo del Sud legato alle tradizioni, e della sua giovane seconda moglie Kate a cui nasce Helen che già dalla culla si manifesta come cieca, sorda e muta, con una quasi totale perdita di ogni facoltà conoscitiva. Raggiunta l’età di dieci anni la piccola, quale ultimo tentativo per scansare l’apparentemente inevitabile ingresso in un istituto per ciechi, viene affidata dai genitori alle tenaci cure dell’insegnante Annie Sullivan, chiamata appositamente da Boston, a sua volta afflitta da una cecità temporanea risolta solo dopo parecchie operazioni e uscita fortificata da un’infanzia e un’adolescenza trascorse in un ospizio per orfani disabili.



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