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IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO/ Le battute più letali delle pallottole nel film di Sergio Leone

Cinquant'anni fa usciva il film di Sergio Leone, ultimo atto della trilogia del dollaro. LEONARDO LOCATELLI ci ricorda un aspetto importante di questa pellicola: i suoi dialoghi

Una scena del filmUna scena del film

«È la storia di tre uomini che, sullo sfondo della guerra di Secessione, inseguono un tesoro e combattono una loro guerra privata. Grande e piccola Storia si incrociano, come sempre nei miei film. […] [D]ella "trilogia del dollaro" è l'episodio più complesso e completo, quello in cui ho raggiunto pienamente quel tono picaresco che rappresentava il mio obiettivo principale. E poi, il film contiene una sequenza, quella del "triello" [il celebre duello triangolare finale, ndr], che mi ha dato grandissime soddisfazioni. Pensi che all'Università del Cinema di Los Angeles gli studenti la esaminano fotogramma per fotogramma: costituisce un esempio di montaggio».

C'erano una volta Sergio Leone, la sua trilogia e, quindi, anche Il buono, il brutto, il cattivo: venerdì 23 dicembre 1966, antivigilia di Natale. Ai tempi, divieti per i minori permettendo, per i moltissimi che avevano giocato o giocavano allo sceriffo e al pistolero in strada o allo specchio, il regalo erano il centinaio di lire di mamma o papà in tasca o strette in pugno, un cinema dove entrare senza badare troppo all'orario, un fascio di luce puntato su uno schermo a fendere una spessa coltre di fumo e un'avventurosa storia fatta di pistole roventi e cavalli al galoppo dritta dritta dal "vecchio West".

Poco importa che quest'ultimo, da un certo punto in poi, coincidesse in realtà con i deserti e le sierras di Spagna: era il cosiddetto "spaghetti western", il «filone più bizzarramente sotterraneo mai concepito dal cinema italiano» (Oreste De Fornari). Non era però solo questione di posti, ma anche di dialoghi, talvolta più letali delle stesse pallottole: come scrive Francesco Mininni, nel caso dei film leoniani «[s]ono proverbi, motti di spirito, battute fulminanti che servono a delineare i personaggi e le situazioni […]. Se è vero che l'idea che il regista ha del western prevede molta azione e poco dialogo, è anche vero che quel poco deve essere tale da colpire la fantasia dello spettatore».

E allora perché non (ri)gustarci una selezione proprio di quelli dell'ultimo capitolo della famosa trilogia? Per prima cosa le dramatis personae (strettamente del titolo, si intende): "il buono", il Biondo; "il brutto", Tuco (Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez); "il cattivo", Sentenza. E adesso, mettete pure da parte i botti di Capodanno e spazio alle pistole… ehm, alle parole:

- «Ecco, tieni, questi sono i tuoi cinquecento dollari» «Ah, già, dimenticavo: lui me ne ha dati mille. Sai, voleva che io ti ammazzassi. Il guaio è che quando uno mi paga, gli porto sempre a termine il lavoro. E tu dovresti saperlo»

- «Ehi tu! Lo sai che la tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari?» «Già! Ma tu non somigli a quello che li incassa».

- «Il mondo è diviso in due, amico mio: quelli che hanno la corda al collo e quelli che la tagliano. Solo che il collo dentro la corda è il mio. Sono io che rischio. Perciò la prossima volta voglio più della metà» «Sì, è vero che tu rischi, ma io taglio e… se tu mi abbassi la percentuale… – sigaro? – beh, potrei sbagliare la mira» «Ma se sbagli, devi sbagliare sul serio. Perché chi mi frega e poi non mi ammazza, vuol dire che non ha capito niente di Tuco. Niente!».

- «Non basta una corda a fare un impiccato» «Cosa volete dire?» «Che anche uno straccione come quello ha il suo angelo custode. Un angelo biondo che veglia su di lui».

- «Quanto?» «15 dollari» «No…» «50 dollari» «Hai detto?» «100 dollari… 200 dollari! È tutto quello che ho: ecco qui!».