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LA SCALA/ La favola della donna senz'ombra, il tesoro di Richard Strauss

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Un momento de La Donna Senz’Ombra  Un momento de La Donna Senz’Ombra

TEATRO ALLA SCALA, “Die Frau ohne Schatten”: Il prossimo spettacolo in programma a La Scala è  uno dei più importanti dell’anno: un nuovo allestimento di “Die Frau ohne Schatten” (“La Donna Senz’Ombra”) di Hugo von Hofmannsthal e Richard Strauss. L’allestimento è co-prodotto con la Royal Opera House di Londra ed ha la regia di Claus Guth, uno dei più apprezzati metteurs en scène tedeschi che ha di recente trionfato nella dissacrante edizione della trilogia Mozart Da Ponte che ha realizzato al Festival di Salisburgo. La direzione musicale è di Marc Albrecht, direttore stabile sia dell’opera e della sinfonica olandese e che ha già diretto  “Die Frau ohne Schatten “nel tempio straussiano della Semperoper di Dresda. Cast di altissimo livello: Johan Botha, Emily Magee, Michaela Schuster, Samuel Youn, Mandy Fredrich, Maria Radner.

“Die Frau ohne Schatten“ è una delle opere più importanti del Novecento ed il lavoro più amato dallo stesso Richard Strauss che avrebbe voluta dirigerla in tarda età quando si scherniva alle frequenti offerte di dirigere “Der Rosenkavalier” (“Il Cavaliere della Rosa”) dicendo che 78 anni era troppo lunga e faticosa, ma suggerendo che avrebbe ben preso la bacchetta per “Die Frau” (che dura venti minuti di più di “Rosen”). In cento anni è la quarta volta che approda alla Scala (dove si è vista due volte lo stesso allestimento, negli Anni Ottanta e Novanta, curato da Jean Pierre Ponnelle). In Italia, che io ricordi, è stata messa in scena solamente a Firenze oltre che a Milano; l’allestimento scaligero di Ponnelle all’inizio degli Anni Novanta ed uno per la regia di Yannis Kokkos nel 2010.

L’attesa di un melomane vagante e di un appassionato dei lavori di Strauss come il vostro “chroniqueur” è principalmente per la regia di Guth, che, vista la trilogia Mozart-Da Ponte, sarà certamente molto personale. E la regia è uno dei nodi più difficili dell’opera. Non che l’esecuzione musicale complessa: una partitura sontuosa che richiede un doppio coro, un coro di voci bianche e 15 solisti.

Il libretto è una favola che può sembrare molto complicata. Per comprenderla non è necessario addentrarsi nelle molteplici fonti e nei simboli dei numerosi personaggi, di cui uno solo ha un nome (Barak, il tintore) mentre gli altri sono indicati per la loro funzione o per una loro caratteristica (L’Imperatore, l’Imperatrice, la Donna, la Nutrice, Il Messaggero degli Spiriti, il Guardiano del Tempio, lo Storpio, il Cieco, il Monco e così via). L’apologo è, però,  lineare: un uomo e una donna non sono tali se non hanno figli – i quali, a loro volta, sono il nesso tra passato e futuro. Senza figli, l’amore è unicamente sesso e la coppia resta un eterno presente senza significato (e senza storia). La vera gioia si ha, però, unicamente al termine di uno percorso iniziatico pieno di dolori. Paternità e maternità, da un canto, e gioia grazie alla sofferenza, dall’altro, colpiscono tutti.  



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