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lunedì 4 ottobre 2010
«L'era delle delocalizzazioni è finita, non si investe più fuori dall'Europa solo per abbattere i costi. La relazione ormai è più complessa, ricca, produttrice di benefici per tutte le parti in causa…. Pechino ha bisogno di noi, come gli europei hanno bisogno dei nuovi mercati emergenti. I protagonisti sulla scena mondiale sono molti, pensiamo ad esempio al Brasile, che sta registrando una crescita del 7 per cento, a ritmi appunto quasi cinesi. Negli anni Settanta la Fiat ha scelto di rivolgersi all'America Latina, pensando che la forte comunità italiana avrebbe rappresentato un punto a favore. Non ci siamo sbagliati, il nostro impegno al di là dell'Atlantico è una storia di successo, ogni anno nello stabilimento di Belo Horizonte produciamo 800mila auto e il nostro marchio è parte integrante della società brasiliana. E senza la Fiat brasiliana gli ultimi anni di crisi sarebbero stati molto più difficili per noi. Credo che questo possa essere un buon modello per lo sviluppo delle relazioni economiche con Cina e India».
Così John Elkann, Presidente della Fiat, diceva a inizio settembre al seminario estivo del Medef (la Confindustria francese), dedicato alla «questione cinese». Guardando alla prospettiva di un nuovo «patto sociale» proposto da Marchionne, qualche spunto di novità nel dialogo sociale viene dal Brasile. In una realtà, quella brasiliana, in cui convivono ricchezze favolose e miserie impensabili, una grande impresa come la Fiat rappresenta un punto di convergenza per una classe media che produce e fa crescere il Paese. Quella della Fiat di Belo Horizonte, vista da dentro, è una realtà in cui è possibile incontrare ragazzi di favela e manager preparatissimi che competono a livello internazionale. Un impianto di produzione modernissimo, con investimenti altissimi in tecnologie verdi, inserito in un contesto di degrado urbano e sociale che solo qua e là inizia a dare qualche piccolo segno di miglioramento.
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